Il mentecatto è quello che non si accorge. Che non si accorge di essere inopportuno, che non si accorge di non avere gusto, ossia di aderire per principio, come per i neologismi, a qualunque stilema e modo di raffigurare se stesso e persino di godere di se stesso gli venga suggerito dalla comunicazione di massa. Come non vede che dei 100 anni della nonna non può fregare a nessuno, nemmeno a quelli che ritengono che i 100 anni della propria nonna siano un evento di primo piano da sbandierare al mondo, - quelli come lui insomma- così non vede che i graffiti sui muri delle case alveare di periferia come sul suo corpo possono essere apprezzati solo da chi non vede se non per frasi fatte. Allo stesso modo non vede che gli stracci che indossa e che compulsivamente, pur essendo sempre gli stessi solo dipinti di volta in volta a strisce diverse, esibisce come prova del suo essere fra gli esseri che, pur nel loro piccolo, non sono fra gli ultimi e fra gli esclusi, anzi fra quelli che .... ebbene può indossarli solo perché il padrone della sua gabbia glieli ha imposti come la tuta arancione dei carcerati Usa.
Allo stesso modo comprendiamo come sia possibile che quel torrente di merda che va sotto nome di musica commerciale sia possibile, senza essere rigettato come una forma, ancor prima che musicale, come espressione non solo sonora ma visiva e gestuale di un cattivo gusto senza limiti. Lo stesso per ogni proposta di felicità che il sistema della comunicazione propone: dalla vacanza su Costa crociere, al fine settimana sulla neve, alla fuga estasiante su di una spiaggia con palme, lontano dallo stress che una vita tanto intensa ed emozionante impone all’impiegato di un qualunque ufficio pubblico o di impresa privata.
Basta guardare alle città. Sarebbero possibili edifici tanto ributtanti se gli architetti non fossero loro stessi espressione del sistema e dunque attenti alle esigenze e comodità delle masse popolari redente dal benessere?
E qui si arriva al punto. Il sistema nella sua natura perversa ha per la prima volta nella storia bisogno del mentecatto, ha bisogno non solo di metterlo al centro del mondo, ma di riprodurlo serialmente come qualsiasi altra cosa esso produca, giacché la chiave del sistema è appunto la produzione per la produzione e senza consumatori, ovvero inerti senza capo né coda, non sarebbe possibile produrre sempre più cose, sempre più inutili, sempre più tutte eguali e tutte altrettanto perverse. Siano esse automobili, pezzi musicali, romanzi, soap-operas, dibattiti scientifici, ritrovati medici, visioni cosmologiche, ritiri spirituali nel mezzo della natura, aumenti di stipendio, cibi precotti. Solo una folla immane di mentecatti potrebbe aderire a tutto ciò senza imbarazzo alcuno, anzi spiegandoti quanto si è finalmente andati avanti.
In altre parole, la vera possente rivoluzione culturale che ha seguito l’industrialesimo tecnicista è il ruolo che deve avere il mentecatto nel mondo.
Basta avere letto “A se stesso” di Marco Aurelio, per avere chiara la differenza strutturale dei fini di chi dirigeva una volta il mondo e quella di adesso. Nulla quanto una folla anonima senza nozione alcuna di sé, ma guidata da suoi più immediati e irriflessi moti pulsionali, è causa del massimo pericolo di caos e generale infelicità per qualunque consesso umano. La soluzione non era, però, perché impraticabile, quella di cercare di modificare l’anima della folla, quanto quella di contenerla e circoscriverla, immaginandola come un’alluvione che doveva essere canalizzata in acque stagne, dove si sarebbe sfogata dentro di esse, senza ulteriori danni per i campi coltivati. (Alfredo Morosetti - seconda parte)

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