La crisi dei semiconduttori: una tempesta perfetta
Dall’inizio della pandemia i media hanno parlato ampiamente della penuria dei chip che ha colpito l’industria mondiale.
Le restrizioni legate alla pandemia si sono aggiunte ad incendi in fabbriche chiave, tempeste invernali molto violente e penurie in campo energetico. Tutti questi elementi hanno dato origine ad una tempesta perfetta che ha avuto un forte impatto sulla produzione di praticamente qualunque cosa necessiti di chip, più o meno complessi, per funzionare.
Per meglio comprendere il fenomeno e cercare di porvi rimedio, a settembre 2021 il Dipartimento del Commercio americano ha lanciato una campagna di raccolta di informazioni destinata a tutti gli operatori del settore, produttori ed utilizzatori. L’appello è stato accolto da più di 150 società, compresi quasi tutti i più grandi produttori di chip.
Le risposte che sono state fornite ci aiutano a capire quale sia la reale entità di questa crisi.
Ecco alcuni dati fondamentali:
⁃ Le aziende che hanno risposto non ritengono possibile che il problema si risolva nei prossimi 6 mesi. ⁃ Per i chip che le aziende hanno indicato come i più difficili da trovare, lo stock medio si è ridotto da una quantità sufficiente a coprire 40 giorni di produzione nel 2019, a meno di 5 giorni nel 2021. In alcune industrie chiave si parla anche di solo un paio di giorni. Ogni singolo imprevisto nella filiera può comportare con regolarità l’interruzione della produzione. ⁃ I chip che più sono stati colpiti dalla penuria sono quelli logici (strumentazioni mediche ed auto), analogici (gestione energetica, sensori ottici, radiofrequenze) e optoelettronici (sensori ed interruttori).
I produttori di chip si sono dati da fare, aumentando al massimo la produzione e mettendo sul piatto investimenti miliardari per accrescere ancora la capacità produttiva, ma complice anche il forte aumento della domanda (tendenza già esistente prima della pandemia), ci sono ancora pesanti disequilibri tra offerta e domanda, difficili da risolvere a breve termine e richiedenti investimenti massicci. Da notare che le fabbriche di chip sono state spinte al massimo possibile per cercare di tamponare la penuria, rimandando importanti operazioni di manutenzione e creando un ambiente più prono ad incidenti. Come abbiamo già detto, un intoppo di pochi giorni in una fabbrica di chip oggi può comportare lo stop della produzione di intere industrie dall’ altro lato del mondo.
In tutto questo la Cina ha avuto ed ha un ruolo fondamentale: la politica “zero Covid” ha comportato spesso e volentieri la chiusura di fabbriche e porti per giorni o settimane.
Anche la ridotta disponibilità di elettricità (siccità diffusa che ha fatto calare notevolmente la produzione dell’idroelettrico) e di carbone (in parte dovuta alla faida in corso con l’Australia, che ne è uno dei principali produttori mondiali) ha causato un incredibile rallentamento della produzione in diverse regioni del paese per mesi, con addirittura blackout programmati a rotazione.
Questi dati ci mostrano chiaramente che in settori industriali chiave per l’economia, l’occupazione e la sicurezza è necessario sviluppare filiere più corte e resilienti, impervie alle crisi mondiali che si stanno susseguendo.
Non vogliamo neanche pensare a cosa succederebbe se domani Taiwan, primo produttore al mondo di chip, e praticamente unico produttore di quelli più complessi e di ultima generazione, cadesse in mani cinesi o comunque fosse oggetto di un blocco navale o di una lunga guerra d’attrito: una crisi che farebbe probabilmente impallidire quella dovuta al Covid. (GeopoliticalCenter su Twitter)