Nel medioevo gli happy più erano gli uomini di corte attorno al re. Non i connestabili, non i marescialli di campo, non i ministri dello scacchiere. Ma coloro che sapevano come meglio muovere il piede nella danza, come meglio abbinare i colori delle vesti, come comporre un sonetto d’amore, come suonare il liuto. Coloro insomma che sapevano quale era il modo più “grazioso” di compiere ogni gesto, ogni incombenza quotidiana. I Romani, per quanto burini e villanzoni, avevano anche loro i loro “happy few”. Erano quelli che studiavano filosofia ad Atene, retorica e grammatica a Rodi, e sapevano tutto della scultura greca. Avevano ville di strepitoso lusso a Baia, vicino a Napoli, dove facevano circolo fra loro, declamandosi a vicenda poemi elegiaci, piccoli saggi filosofici, aringhe di fantasia a favore o contro celebri personaggi della remota antichità .
E noi? Cazzo se li abbiamo. Non sono certo i reali, lavoranti a tempo pieno, come gli assi dello sport e i cantanti da svacco, sul mercato del pettegolezzo. Gli happy few sono, individualmente assolutamente sconosciuti, esistono solo come gruppo, come interpreti anonimi di un modo superiore di godere della vita. Chi sono allora? Quelli che si sa che ci sono ma non si sa chi sono. Ad esempio il direttore o la direttrice del Metropolitan Museum di New York, l’editore di Vanity Fair, il chirurgo estetico delle dive del cinema, il direttore di Christie, il presidente della società che controlla il Danieli, il padrone del cavallo che ha vinto a Derby, Gianni Agnelli prima di assumere qualunque incarico presso la Fiat, i mercanti internazionali d’arte e i loro fidati clienti, il titolare dello studio legale che ha curato il divorzio di Bezos, il grande di Spagna la cui fazenda fornisce tori Miura all’arena di Madrid, la figlia del conte di Cateau-Lafitte con i suoi vigneti nelle Landes, il direttore dell’Operà , gli eredi Furstenberg-Hassia, la nipote di Maria Callas, e via andare….