3) svolgimento di referendum gestiti da Autorità internazionali nei territori contesi”. Inoltre i firmatari sollecitano la convocazione di una Conferenza sulla Sicurezza in Europa, per promuovere il “ritorno allo spirito di Helsinki e alla convivenza pacifica tra i popoli europei”. Difficile dire se i diplomatici esprimano con questo appello il malumore dell’intera categoria e della diplomazia italiana, di fatto tagliata fuori da ogni possibilità di poter lavorare per giungere a negoziati tra Kiev e Mosca dall’iniziativa del governo guidato da Mario Draghi che ha portato l’Italia nella lista dei fornitori gratuiti di armi a Kiev privando Roma del suo tradizionale ruolo di ponte tra Russia e Occidente.
Di certo le due proposte emerse da ambienti non istituzionali evidenziano un disagio e puntano a coprire il vuoto lasciato dalla totale assenza di un ruolo dell’Italia nella crisi in atto che non sia solo passivamente prono alla volontà dichiarata dagli anglo-americani di prolungare il conflitto per logorare la Russia. Certamente, si dice che l’Italia abbia fornito poche armi e mezzi militari (ma tipologia e quantità restano segreti), il cui impatto sulla guerra è stato molto limitato ma sufficiente a far inserire Roma nella lista delle nazioni ostili a Mosca, precludendoci così ogni possibile ruolo di mediazione. Una sfida importante per il nuovo governo, tenendo anche conto che alcuni stati membri di Ue e Nato, meno rilevanti dell’Italia sul piano economico, hanno fornito ampi esempi di approccio al conflitto ucraino più riflessivo e attento agli interessi nazionali.
L’Austria (che non è membro della Nato ma solo della Ue) non fornisce armi a Kiev, come l’Ungheria che non applica neppure sanzioni a Mosca (pur restando nella Ue e nella Nato) ma compra dai russi gas e petrolio. La Bulgaria, membro di Nato e Ue, ha nascosto le sue forniture militari agli ucraini triangolandole attraverso la Repubblica Ceca e ha ripreso ad acquistare gas dalla Russia con accordi e contratti nazionali mentre la Turchia (che non è nella Ue, è membro della Nato e ha chiesto ufficialmente di aderire alla Shangai Cooperation Organization guidata da Russia e Cina) vende (non regala) armi a Kiev, stringe accordi economici ed energetici con Mosca e si pone da otto mesi come unico mediatore credibile del conflitto. Gli appelli di intellettuali e diplomatici cercano quindi (invano?) di colmare il vuoto lasciato dalla politica sul fronte dei negoziati che avrebbe invece potuto vedere l’Italia protagonista, tenuto conto che una trattativa per giungere al cessate il fuoco (chiesta da tempo anche dal Pontefice) sarebbe negli interessi di (quasi) tutti, belligeranti e non.
Soprattutto di noi europei schiacciati tra l’incudine di una crisi energetica di cui siamo stati in larga misura artefici e il martello costituito da leader fuori e dentro la Commissione Ue che finora si sono rivelati del tutto inadeguati a gestire le sfide dei nostri giorni.
Chi crede ancora nella diplomazia non ha ancora capito in che mondo viviamo ed è un candide se crede nell’Onu e in organizzazioni simili.
Andrea
È chiaro che la diplomazia è l'arma più efficace per arrivare ad una tregua/pace,ma se i primi a non volerla sono sia i burattinai (DEEP state) sia i burattini (politici) non ai arriverà se non a parlare sulle macerie...