Le spinte all'emergenzialismo virologico purtroppo non vengono solo dall'alto - il governo, gli "esperti" e i media affiliati - ma anche dal basso, cioè dalla psicosi sociale ormai radicata, spesso mista a malafede opportunista.
La più eloquente dimostrazione di questa pressione dal basso è il fatto che in questi due anni spesso i più assatanati sostenitori di chiusure, segregazione, discriminazioni sono stati, e ancora sono, molti governatori regionali e sindaci. Essi fiutano infatti che tra i loro elettori ed amministrati esiste una larga fetta di disagiati ipocondriaci ormai cronici, che chiedono spasmodicamente protezione, e di opportunisti che sfruttano la paura per propria convenienza (in particolare dipendenti pubblici), e astutamente li assecondano, o addirittura li aizzano, atteggiandosi a ducetti, a giustizieri, a genitori severi
Il governatore della Campania Vincenzo De Luca, il leggendario "uomo col lanciafiamme", si è conquistato in questa schiera una posizione di indiscussa preminenza, superandosi continuamente in un consumato gioco alla sparata sempre più teatrale e auto-caricaturale. Ma si tratta di una tendenza alla quale si sono accodati in varie gradazioni di tono amministratori di ogni angolo della penisola, con posizioni più o meno simili.
La scuola rappresenta forse il campo in cui la versione estremista dell'emergenzialismo sanitario fomentata da Comuni e regioni si è più imposta, e ha fatto i danni peggiori. Da quando è comparso il Covid 19 l'Italia è stato il paese al mondo che ha tenuto più a lungo le scuole chiuse e gli studenti in Dad (e ricordiamo che in molte nazioni anche durante i lockdown più stretti l'istruzione in presenza ha continuato a funzionare). Ora, nonostante le roboanti, ripetute proclamazioni di ritorno alla normalità e "mai più Dad" a tutti i livelli, la ripresa della narrazione allarmistica si ripercuote immediatamente in primo luogo, tanto per cambiare, sulle scuole. E come in precedenza, l'invocazione "tutti a casa" viene soprattutto, appunto, "dal basso": non soltanto governatori (il solito De Luca in testa) e sindaci, ma anche presidi in perenne fuga dalle responsabilità (vedi la lettera firmata da un migliaio di dirigenti di istituto nei giorni scorsi), docenti nostalgici di comode lezioni dal salotto di casa tra una pizza e un caffè, genitori soffocanti, persino gruppi di studenti liceali in cerca di vacanze invernali extra-large. Una corale corsa a scaricare le ansie pandemiche (oggi più che mai ingiustificate, vista la ormai acclarata assimilabilità delle nuove varianti virali a una comune influenza) su quello che in Italia è sempre l'anello più debole, e tanto più lo è più si va verso il Centro-Sud: la scuola, vista come problema e pericolo piuttosto che come servizio essenziale da tenere attivo ad ogni costo.
Tutti gli umori e le paure diffusi, tutte le spinte corporative convergono in quello che pare un obiettivo perseguito con tetragona ostinazione: far vincere all'Italia il campionato mondiale della ciucciaggine delle nuove generazioni. Tanto, chi se ne importa se questi ragazzi a cui abbiamo già rovinato due anni fondamentali per la loro crescita in futuro potranno aspirare solo alla paghetta di cittadinanza?

(Prof. Eugenio Capozzi)

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