Gli apotropaici del nostro tempo?
Un tempo l’uomo incideva simboli sulle porte delle case, appendeva amuleti al collo, disegnava occhi sulle pareti, pronunciava formule e compiva gesti destinati ad allontanare il male. Erano riti apotropaici: piccoli atti attraverso i quali l’essere umano cercava di proteggere il proprio spazio dall’invisibile, dal destino, dalla malattia, dalla sfortuna, da tutto ciò che non poteva controllare.

Pensiamo di averli superati perché oggi viviamo circondati dalla tecnologia, dalla scienza e dall’informazione. Eppure gli apotropaici non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato forma. Non appendiamo più necessariamente un amuleto alla porta, ma controlliamo compulsivamente il telefono. Non leggiamo i presagi nelle viscere degli animali, ma cerchiamo continuamente previsioni, statistiche, recensioni, notizie e segnali che ci dicano come andrà domani. Non invochiamo necessariamente gli dèi, ma cerchiamo rassicurazioni.

Anche molte delle nostre abitudini quotidiane possono diventare piccoli rituali apotropaici: controllare più volte di aver chiuso la porta, verificare continuamente il proprio conto, cercare sintomi su Internet, prevedere ogni possibile conseguenza di una scelta, evitare determinate persone o situazioni perché associate a qualcosa di negativo. Il gesto non nasce necessariamente dalla superstizione. Nasce spesso dal bisogno umano di neutralizzare l'incertezza.

E forse il più grande apotropaico contemporaneo è proprio il bisogno di controllo. Costruiamo programmi, agende, assicurazioni, sistemi di sicurezza, password, backup, previsioni e strategie. Tutto legittimo, tutto razionale. Ma a volte dietro questa razionalità si nasconde la stessa antica paura che spingeva l'uomo primitivo a incidere un simbolo sulla soglia: “Facciamo qualcosa, così forse ciò che temo non accadrà.”

La differenza è che oggi il nostro amuleto può essere una notifica, una statistica, una telecamera, una previsione, una ricerca su Google o persino una persona alla quale chiediamo continuamente conferme. Cambiano gli strumenti, ma la struttura psicologica rimane sorprendentemente simile.

L'apotropaico, allora, non appartiene soltanto al passato. Appartiene all'essere umano. È il tentativo di stabilire un confine tra noi e ciò che percepiamo come minaccia. E forse la vera evoluzione non consiste nell'eliminare ogni forma di protezione, ma nel riconoscere quando stiamo realmente proteggendo noi stessi e quando, invece, stiamo semplicemente cercando di tranquillizzare la nostra paura.

Perché nessun amuleto ha mai potuto garantire che il male non arrivasse.
Ma il bisogno di costruirne uno racconta qualcosa di profondamente umano: davanti all'incertezza, abbiamo sempre cercato un gesto da compiere. Anche quando sapevamo, in fondo, che quel gesto non avrebbe potuto cambiare il destino.

Ruben

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