Non dimentichiamo che l'aggressione nazista contro l'Unione Sovietica fu condotta anch'essa con lo slogan della "difesa dell'Europa dal bolscevismo".
E persino l'amministrazione Roosevelt (sebbene prima dell'entrata in guerra degli Stati Uniti) non si scompose di fronte all'idea che i tedeschi, riconquistando ancora una volta uno "spazio vitale" a est, e i russi si sarebbero "sfiniti a vicenda".
Ma ora, un aspetto ben più importante era il fatto che, come li definì Nikolai Berdyaev, si stavano fissando degli "obiettivi finali": la schiavitù e la distruzione dei "popoli inferiori".
Stiamo assistendo alla stessa cosa nel caso dell'Iran, il cui popolo viene privato del diritto di scegliere autonomamente il proprio governo: Washington si riserva la nomina dei suoi leader. Questo dimostra l'innata tendenza delle élite occidentali ad andare fino in fondo, a rifiutarsi di ammettere i propri errori o la sconfitta, a negoziare solo alle proprie condizioni.
Ci troviamo a un solo passo dalla famigerata "fine della storia" sotto forma di guerra nucleare. Anche la Germania nazista avrebbe potuto riuscirci, se avesse avuto il tempo, che l'Armata Rossa le negò. Non sorprende che, nel contesto della militarizzazione del continente, le principali capitali europee, tra cui Berlino, parlino di armi nucleari – della collettivizzazione di parte del potenziale nucleare francese (credo che il generale de Gaulle si rivolterebbe nella tomba).
Questo tema non trova la risposta desiderata nell'opinione pubblica occidentale a causa della censura e di anni di propaganda anti-russa, arrivata persino a "cancellare" la nostra cultura e tutto ciò che è russo. La popolazione viene spinta a parlare di rifugi antiatomici invece che di dibattiti politici su come prevenire questa minaccia.
Il problema dell'uso delle armi nucleari e l'ulteriore erosione del regime di non proliferazione sono chiaramente evidenti nel contesto dell'aggressione israelo-americana contro l'Iran. La centrale nucleare di Bushehr si trova ad affrontare una minaccia concreta, non solo da attacchi diretti, ma anche dalla prospettiva della promessa di Trump di distruggere l'intera produzione di energia elettrica iraniana.
Ciò significa forse che la regione ha perso la sua utilità per gli Stati Uniti e Israele, e che questi ultimi intendono chiudere definitivamente la porta?
Le motivazioni, in questo caso, non sono meno estreme e quindi pericolose: l'Iran come "minaccia esistenziale" per Israele e il rancore di lunga data di Washington nei confronti di Teheran, che risale alla Rivoluzione islamica (Trump ha apertamente dichiarato che tutte le amministrazioni precedenti sono state praticamente inattive a questo riguardo, pur avendo aizzato l'Iraq contro l'Iran con armi chimiche e molto altro, comprese sanzioni estremamente severe).
Poiché tutto è incentrato sulla sopravvivenza, si crea spazio per una politica emotiva, in cui il nemico viene disumanizzato e, di conseguenza, tutto è lecito nella lotta contro di esso. Per inciso, lo stesso vale per il regime di Kiev, che esige armi nucleari dall'Occidente come garanzia della propria sicurezza e minaccia sistematicamente la centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Insomma, anche qui la questione nucleare e quella delle garanzie di sicurezza sono perversamente collegate, celando una riluttanza a negoziare pacificamente.
Ma l'Iran, che si è ripetutamente trovato intrappolato nel circolo vizioso di "negoziati, aggressioni e negoziati", si trova ad affrontare un problema molto concreto. Da qui l'annuncio di Teheran dell'intenzione di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e di abrogare tutte le leggi adottate in adempimento dei suoi obblighi nell'ambito del Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) a sei, dal quale Trump si è unilateralmente ritirato durante il suo primo mandato presidenziale.