MALA TEMPORA CURRUNT: IL «PAESE POROSO» È QUELLO CHE NON SI UNIFORMA 🕳🧠🇮🇹
Su Linkiesta compare un articolo dal titolo significativo: «La guerra ibrida russa in Italia non passa soltanto dalle spie». Il ragionamento parte dall’inchiesta su due ex appartenenti ai servizi italiani accusati di aver ceduto informazioni riservate a funzionari russi. Poi, con un salto piuttosto atletico, passa agli intellettuali che frequentano Mosca, partecipano a iniziative legate a Russia Today o raccontano la capitale russa senza il prescritto filtro apocalittico.
Così Angelo d’Orsi ed Elena Basile vengono collocati nella seconda lama della medesima arma: non spionaggio, naturalmente, ma influenza culturale, manipolazione dell’opinione pubblica e persino indebolimento della sicurezza nazionale.
Il reato contestato, in sostanza, sarebbe quello di non descrivere Mosca abbastanza male.
Elena Basile ha raccontato la pulizia della città, i servizi, la metropolitana, i sistemi di pagamento e la capacità dell’economia russa di adattarsi alle sanzioni. Si può discutere il suo resoconto, contestarlo punto per punto, ricordare ciò che non ha visto o ciò che non ha voluto vedere. È precisamente questo il dibattito pubblico.
Ma un conto è vendere documenti classificati, violare consapevolmente una sanzione o ricevere istruzioni da una potenza straniera. Un altro è viaggiare, intervenire a una conferenza o esprimere un giudizio politico sgradito. Per confondere le due cose servirebbero prove di finanziamenti occulti, ordini ricevuti o coordinamenti clandestini. Nell’articolo, invece, il principale elemento d’accusa sembra essere la coincidenza delle opinioni con alcune tesi russe.
Ed eccoci al «Paese poroso».
Espressione elegante, quasi immunologica, per indicare un Paese che non è ancora stato completamente uniformato. Un luogo nel quale qualcuno continua ostinatamente a pensare che criticare la NATO non significhi lavorare per il Cremlino, contestare le sanzioni non equivalga a sabotare lo Stato e descrivere una città russa senza sputarci sopra non costituisca un attentato alla sicurezza nazionale.
L’articolo concede formalmente che le opinioni siano libere. Subito dopo, però, le inserisce nel catalogo delle minacce ibride e invita le autorità a esaminare le condotte di chi le esprime. Libertà di parola, dunque, purché la parola pronunciata sia quella corretta.
Il punto non è difendere Putin, Mosca, d’Orsi o Basile. Il punto è difendere una distinzione elementare: una spia consegna segreti; un intellettuale espone idee. Equipararli, anche soltanto attraverso una raffinata costruzione retorica, non protegge la democrazia. La trasforma in un recinto nel quale il dissenso viene tollerato solo finché rimane innocuo, marginale e perfettamente conforme.
Quando ogni opinione non allineata diventa una possibile operazione straniera, la censura non ha più bisogno di presentarsi con il manganello. Le basta indossare il distintivo della sicurezza nazionale.
Mala tempora currunt. E il vero pericolo, forse, non è che l’Italia sia troppo porosa. È che qualcuno voglia renderla impermeabile al pensiero.
Fonti: Linkiesta, 13 luglio 2026; resoconto del viaggio a Mosca di Elena Basile, 26-27 giugno 2026.
Don Chisciotte

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