Barbero dice in un’intervista che l’attuale tecnologia potrebbe finalmente liberarci dai ritmi di lavoro schiavisti della nostra società. E gli schiavi che fanno? Insorgono contro di lui. Il capitalismo, bellezza… vivere per lavorare evidentemente piace…

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Cristiano Castagno
In effetti ha ragione. Gli schiavi che non vogliono liberarsi è perché non sanno di esserlo: l’inganno perfetto e tu caro Marco, vuoi perpetuare tutto questo. Che paradosso !
Difficile liberarsi dalle catene!
Giulia Dazzan
Barbero è da un po' che prende posizioni scomode, a partire dal greenpass...
Cosa faranno le persone se ci sono le macchine a lavorare? In quel mondo che sta arrivando, tutti PC e Robot, guadagneranno ancor meno persone e sempre di più i soliti, gli Schiavisti, i grandi imprenditori.... tu accetti questo Mori?
Barbero lo hs detto che la teconolgia è attualmente di proprietà di un gruppo di oligarchi e quindi è "privata" nel senso latino del termine, ovvero sottratta al pubblico dominio? E quindi non possiamo sperare minimamente che venga usata per liberarci dal lavoro? Fatta questa premessa allora potremmo anche intavolare un discorso serio col prof. Barbero...
Pare che le conquiste cognitive del pensiero critico anticapitalista degi ultimi 170 anni siano state gettate nel cesso anche dai nostri intellettuali i quali ormai aprono bocca come per raccontare favolette ai bambini
Ritwittato all'istante...Grande Marco e grazie! Forza Italexit
È chiaro però che questa tecnologia ormai è usata per telecomandarci e renderci sempre più schiavi, bisogna considerare la regia
Il grande Keynes, giusto quasi cento anni fa, sul tema in questione:
Per John Maynard Keynes Il problema del bisogno e della miseria, [...] la lotta economica fra classi e paesi, non è che un terribile pasticcio, un pasticcio contin­gente e non necessario. Infatti il mondo occidentale dispone già delle risorse, ove sapesse creare l’organizzazione per utilizzarle, capaci di relegare in una posizione di secondaria importanza il «problema eco­nomico» che assorbe oggi le nostre energie morali e materiali.
 [Keynes J.M., La fine del laissez-faire, Bollati
Boringhieri Editore, Torino 1991]

Keynes era convinto che la maggior parte delle persone, quando arriva a un certo livello di benessere materiale, spontaneamente si sente appagata e diventa desiderosa di passare ad altro di non materialistico.
Applicando questa visione al particolare momento storico in cui viveva, Keynes rite­neva inevitabile che il grande progresso materiale e tecnologico in atto
avrebbe fatto compiere - come mai prima d’ora - un grande balzo in avanti all’umanità intera, consentendo a un numero sempre crescente di persone di
godere dei vantaggi di una vita civilizzata.
Poi è arrivato il neoliberismo, col suo carico di avidità!


 


 


Mi sentirei di affermare che
di qui a cent’anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto
volte superiore a quello odierno. Né vi sarebbe nulla di sorprendente, alla
luce delle nostre conoscenze attuali. Non sarebbe fuori luogo prendere in
considerazio­ne la possibilità di progressi anche superiori. [Keynes J.M., La
fine del laissez-faire,]


 


 


Ormai siamo vicini all’epoca
storica immaginata da Keynes, nella quale – come da lui auspicato – turni di
tre ore e settimane lavorative di quindici ore potrebbero essere sufficienti a
provvedere a tutte le necessità materiali dell’umanità.  E la sua speranza era che l’abbondanza del tempo libero
portasse gli uomini a esprimere il loro potenziale creativo, allora confinato
agli artisti e agli spiriti liberi.