DECIDERE
Il sogno del piccolo borghese della grande folla impiegatizia, quella dei commercianti col muso lungo ma incapaci persino di rovesciare un caffé in testa ad uno sbirro che viene a imporgli il pos, quella delle centraliniste e delle donne in carriera in uffici, dove guarandosi allo specchio, si convincono di essere proprio smart a discapito di ogni loro intimo senso di inadeguatezza, dei professionisti che hanno letto qualche opuscolo ottocentesco e lo considerano il manuale per l’accesso alla comprensione del mondo, è arrivare finalmente ad un mondo nel quale finalmente non si decide niente, nel quale il principio stesso che determina il processo della decisione è rimosso, consentento a tutti di vivere felici e contenti (in sintesi questo è groppo ideologico che rende possibile tutte le varianti di liberalismo), perché tutti fanno quello che ragionevolmente va fatto: ogni azione è il risultato di un accordo consensuale, dunque non è una decisione ma una adesione.
Naturalmente vi è in questo non solo una grave confusione lessicale, perché per lo più si intende il verbo “decidere” con scegliere, preferire, optare, e che, in definitiva si traduce nella soddisfazione di un bisogno, di un piacere, di un interesse realizzato attraverso il passaggio di qualcosa a qualcuno che i mezzi per rendere possibile la transazione.
A volte si sente parlare di decisione anche per fatti gravi, ad esempio un divorzio. Alcuni dicono e una decisione presa di comune accordo. Ma allora - ammesso che la cosa vera - è ancor di più un fraintendimento lessicale e concettualle. Quelli più avvertiti chiavano per comune decisione, se separano per comune accordo, comprano e vendono firmando un consensuale atto di assenso. Ma questo è esattamente il contrario di ciò che si deve intendere per decisione. Un contratto non decide nulla perché è un atto di consenso reciproco. Se non c’è la reciproca convergenza, non c’è la decisione, ma un nulla di fatto, non è avvenuto niente, esattamenete come la consumista indecisa davanti ad un paio di mutande in vetrina, che se non trova chi gliele paga, se le fa mostrare, magari tenta anche di provarle e poi esce sbuffando che non le piacevano.
La confusione del linguaggio è oggi una delle più grandi pestilenze morali che ammorba il mondo, nel quale una buona parla per stereotipi credendo di aveere qualcosa di dire e non rendendendosi conto che parla quell’incredibile matassa di zucchero filato con cui stato addestrato a infilare in essa le cose e le parole che danno forma al mondo.
Ma decidere è il verbo più potente e più maschio che abbiamo fra quelli che ci parlano delle relazioni fra uomini e tengono insieme le comunità: vuol dire agire contro la volontà o in disaccordo con gli altri. Chi decide mozza (decidere vuol dire far cadere, tagliare) il capo a chi gli si oppone. La decisione è dare un taglio a quello che vogliono gli altri; è l’apertura di un conflitto che sarà risolto attraverso qualche forma di di supremazia o violenza.
La società non è dunque e non è possibile che sia un paaesello di campannellini benevolenti e scodinzolanti, quale la raccontano i meschinetti di poche letterure e poco animo. E’ in primo luogo un flusso decisionale, ossia un’onda di uomini in guerra che fanno valere le loro prerogative, forzando la volontà altrui o comunque infischiandosene delle volontà altrui e subendo, di volta in volta, il rischio di vedere le loro decisioni vanificate da una forza più grande o imprevista. (1/2 - CONTINUA...)

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