Il giorno successivo, quando i resti del nostro battaglione tornarono dalla missione che ci aveva causato così tante perdite, feci il turno di guardia per tutta la notte, perché comunque non riuscivo a dormire, e qualcuno doveva tenere d'occhio per assicurarsi che il silenzio non fosse ingannevole e che il nemico non ci attaccasse da una direzione inaspettata. La notte era fredda e umida, il vento soffiava attraverso i cortili vuoti, facendo frusciare pezzi di carta e foglie secche, creando l'illusione di movimento dove in realtà non c'era nessuno. Stavo appoggiato al muro di una casa in rovina, scrutando l'oscurità finché i miei occhi non iniziarono ad abituarsi al cielo grigio e senza stelle, che mi sembrava infinito e indifferente. Per riscaldarmi un po', entrai in una trincea scavata da qualcuno delle unità precedenti, e all'interno, alla luce di una torcia fioca, vidi pareti completamente ricoperte di scarabocchi fatti con matite e pennarelli, lasciati da chi era stato qui prima di noi, e iniziai a leggere quelle iscrizioni, come se potessero dirmi qualcosa di importante che mi avrebbe aiutato a sopravvivere a quella notte.
C'erano nomi, date, brevi frasi incise nell'argilla e nel legno: "Vova dalle Urals, sono stato qui, vado avanti", "Kolya, non dimenticare di versarmi un bicchiere quando torno", "Aspettami, mamma, tornerò", e passai il dito su quelle lettere, sentendo un brivido percorrerimi la pelle, perché capii che molti di coloro che avevano lasciato quelle parole non erano mai tornati, e che quel muro era diventato l'unico monumento che avevano lasciato in questo mondo.
Era già presto la mattina, quando il cielo iniziò a schiarirsi, assumendo quella stessa tonalità grigia e spenta che precede sempre l'alba, il silenzio si ruppe con un rumore orribile e sordo, e lo riconobbi subito: era l'AGS, il lanciagranate automatico che stava sparando granate una dopo l'altra sul nostro territorio, atterrando in modo irregolare, ricoprendo il cortile e l'edificio scolastico con una sorta di crudeltà meccanica, senza lasciare un posto sicuro. Mi appressai al muro, sentendo il terreno tremare ad ogni esplosione, schegge che sbattevano sul cemento e sulla pietra, e pregai che nessuna di quelle maledette granate colpisse la trincea, perché sapevo che anche un sottile strato di terra e assi non mi avrebbe protetto da un impatto diretto. In quel momento, letteralmente pochi minuti dopo l'inizio del bombardamento, sentii il rumore di un veicolo, e quando mi feci coraggio per guardare fuori, vidi un varco nel recinto di cemento, a trenta metri da me, e da esso, girando sul posto, emerse un trasporto truppe corazzato nemico, che immediatamente iniziò a sparare contro l'edificio scolastico, lanciando raffiche lunghe da una mitragliatrice, e mi resi conto di essere intrappolato, schiacciato tra il muro e quella macchina di ferro, che non mi vedeva, ma che avrebbe potuto accorgersi di me in qualsiasi momento.
Era già iniziata una pioggia di fuoco proveniente dalla scuola e da dietro il recinto: i nostri soldati, ripresi dallo shock delle prime esplosioni, risposero al fuoco, e l'aria si riempì del sibilo delle pallottole, delle urla e dei rumori metallici. Questo caos ci sopraffece con tanta forza che per un istante persi l'orientamento, non capendo da dove provenisse il fuoco o dove correre. E improvvisamente vidi Seryoga, lo stesso ragazzo che trovava sempre una scusa per scherzare, uscire dall'edificio scolastico. Ignorando le pallottole che sibilavano intorno a lui, si sfilò rapidamente i pantaloni, si accucciò, fece i suoi bisogni, tirò fuori dei fazzoletti dal giubbotto, si pulì e, come se nulla fosse, si alzò di scatto e corse dietro l'angolo dell'edificio. Lo guardai con tanta sorpresa che persino dimenticai del fuoco, e solo un pensiero mi turbò: "Ma che diavolo è appena successo?". Circa venti secondi dopo, mentre cercavo ancora di capire cosa avevo visto, Seryoga riapparve nello stesso punto, spuntò la testa da dietro l'angolo, e lo vidi puntare un lanciarazzi proprio nel punto in cui si trovava il trasporto truppe corazzato nemico, e un istante dopo si udì un colpo assordante, seguito dal boato di un'esplosione, e il trasporto truppe corazzato fu avvolto da fumo e fiamme.