Nel 1902 e nel 1904, in Vaticano, una compagnia discografica londinese registrò la voce di un cantore della Cappella Sistina. Il suo nome era Alessandro Moreschi, e quelle incisioni sono ancora oggi l’unica testimonianza sonora di un castrato.
Nato nel 1858 in un piccolo centro a sud-est di Roma, Moreschi fu evirato da bambino, per ragioni che la storia non ha mai chiarito del tutto: secondo alcuni per motivi di salute, secondo altri per preservarne il talento vocale. Per secoli la pratica aveva prodotto voci acutissime e potenti, e l’opera lirica ne aveva fatto delle star. Ma nell’Ottocento il mondo era cambiato. Nel 1870 le autorità italiane avevano vietato l’evirazione, e nel 1878 Papa Leone XIII proibì alla Chiesa di assumere nuovi castrati.
La Cappella Sistina fece però un’eccezione per chi era già in servizio. Nel 1898 le foto dell’epoca mostrano ormai solo sei castrati ancora attivi, e col tempo ne rimase uno solo. Moreschi, soprannominato “l’angelo di Roma”, era diventato primo soprano della Sistina nel 1883 e lo rimase per circa trent’anni. Nel 1903 Papa Pio X stabilì che le parti acute del coro sarebbero state affidate solo a voci bianche, ponendo fine a una tradizione che durava da secoli.
Le registrazioni, quindi, sono un documento unico, ma vanno ascoltate con cautela. Moreschi aveva già superato i quarant’anni quando incise i dischi e la qualità dell’epoca era molto limitata, per cui quelle voci ci dicono poco di come cantassero i grandi castrati del Settecento. Restano però l’ultima eco di una pratica crudele che ha segnato la musica per secoli, e che la storia ha chiuso definitivamente con lui.