L’uomo ha perseguito il razionalismo fino al punto in cui questo si è trasformato in completa irrazionalità. Da Cartesio in poi, egli ha scavato un solco sempre più profondo tra pensiero e sfera emotiva; solo il pensiero è stato considerato razionale, mentre l'emotività è stata declassata all'ambito dell'irrazionale; la persona è stata scissa tra natura e intelletto, che deve esercitare il suo controllo sull'io e sulla natura. Il controllo dell'intelletto sulla natura e la produzione di un numero sempre maggiore di cose sono divenuti i sommi fini dell'esistenza. In tale processo, l'uomo si è trasformato in cosa, la vita è stata subordinata alla proprietà, l'essere ha finito per essere dominato dall'avere. Mentre i padri della cultura occidentale, i greci e gli ebrei, credevano che il fine della vita fosse la perfezione dell'uomo, l'uomo moderno guarda più alla perfezione delle cose, e alla conoscenza dei metodi per produrle. L'uomo occidentale si trova in uno stato di incapacità schizoide a provare affetto e di conseguenza è inquieto, depresso e disperato. A parole mostra ancora rispetto per ideali quali la felicità, l'individualismo e lo spirito d'iniziativa, ma di fatto non ha più alcuna aspirazione. Se gli chiedete per che cosa viva, quale sia lo scopo di tutti i suoi sforzi, sarà confuso. Qualcuno vi risponderà che vive per la famiglia, qualcun altro “per divertirsi” e qualcun altro ancora per fare quattrini, ma in realtà nessuno sa effettivamente per che cosa viva, se non per sfuggire all’insicurezza e alla solitudine. Erich Fromm, Psicanalisi e buddhismo zen