GEOPOLITICA DEI DIAMANTI

(De Beers in vendita: come India e Cina hanno scalzato il monopolio occidentale)

Il lusso è uno dei segnali più evidenti della divisione sociale tra chi può permetterselo e chi no. I lussi no, quelli son di tutti, e succede anche a un proletario di potersene permettere alcuni, e ciascuno ha i suoi, insindacabili. I lussi sono democratici, il lusso è dispotico, uno stronzo.

Un oggetto negli ultimi tre secoli ha emblematizzato il lusso nel mondo: è il diamante. Oggi un po' meno di ieri, ma un diamante costa ancora, e parecchio, per essere solo una pietra difficile da trovare (o fabbricare) e da sgrezzare poi col taglio. Fino all' '800 non è esistito un vero e proprio mercato dei diamanti, ve n'erano troppo pochi, destinati a pochissimi regnanti, costavano fortune. In realtà non avevano prezzo. E quella del loro prezzo è la questione ieri e oggi centrale, come vedremo più avanti.

Di per sé i diamanti sono composti esclusivamente da atomi di carbonio, comunissimi in natura e poco costosi, il carbonio lo si trova in varie forme (metano, CO2, grafite, petrolio, carbone, etc.), che, sottoposte per lunghi secoli al calore interno della terra e alla pressione delle montagne di roccia soprastanti, vennero compresse allineandosi perfettamente intorno alla struttura di un atomo, a formare uno dei più bei cristalli possibili, trasparente e brillante, sotto luci focalizzate si fa notare. Non escono dalla terra così lucenti e sfaccettati come le signore amano esibirli, ma in forma di pietruzze vagamente traslucide. Il delicatissimo taglio lungo le linee di frattura degli atomi li farà diventare più piccoli, ma più belli, trasparenti e rifrangenti la luce come minuscoli specchi. I brillocc o briciul, com'erano chiamati i diamanti da popolo e mala milanese d'antan, prima che le mafie la scalzassero (fino agli anni '60), sono oggettivamente di una brillantezza fuori misura. Hanno fra l' altro qualità ottiche di trasmissione e concentrazione della luce che oggi li rendono preziosissimi per le tecnologie dei laser.
Buona parte della differenza di prezzo fra materiale grezzo e finito da gioielleria sta tutta lì, nel taglio di precisione a brillante o navette o marquise, che, nonostante gli alti livelli di informatizzazione del settore, rimane ancora lavoro altamente specialistico, pur enormemente accelerato rispetto alla sagomatura manuale.

Un errore comune, per noi europei, è di pensare ad Anversa come centro principale del taglio dei diamanti nel mondo. Non è così.
Surat, città del Gujarat di 3,4 milioni di abitanti (uno dei distretti ad altissima crescita del Pil dell'India, per merito anche del tessile) taglia e lucida circa il 95% dei diamanti da gioia del mondo, New York, la Cina e Anversa i clienti 'di peso' della filiera di Surat'. A monte di questo monopolio mondiale c'è una minoranza religiosa, anzi, una piccola frazione di una minoranza religiosa indiana (sei milioni), pacifista e vegetariana, unica nel suo genere, con un codice morale molto rigido e articolato. Un gruppo di famigle giainiste di una piccola città (Palanpur, sempre nel Gujarat, al Nord) impiantò i primi laboratori a Surat per essere più vicino al mare e ai mercati del mondo. Coi quali i maggiorenti del traffico locale stabilirono solidi rapporti, intensificatisi via via nel tempo.
La svolta fu negli anni '60 del secolo scorso, quando i produttori di Surat costituirono il loro piccolo monopolio riuscendo ad accaparrarsi tutti gli scarti di lavorazione delle pietre pesanti, schegge e polveri di diamante d'Europa, di Anversa soprattutto, che a Surat diventarono piccoli brillanti per l'oreficeria di massa di basso costo e polveri per fili diamantati e altre tecniche di taglio e lucidatura. Fu un successo clamoroso, come per tutta l'oreficeria popolare di quegli anni. Nel volgere di altri pochi anni Surat divenne 'quasi' monopolista del taglio mondiale del diamante, posizione che mantiene nonostante i rapidi progressi cinesi. I costi bassi di Surat convengono anche ai fabbricanti di diamanti dello Henan (Cina), per smussare i risultati da gioielleria usciti dalle loro decine di migliaia di macchine di pressofusione, perlopiù destinate ai diamanti per abrasivi, di cui la Cina possiede oggi il quasi monopolio mondiale (ne produce e commercia più del 70%). Dal taglio a filo diamantato, oggi si è passati al laser, ma questo poco conta ai fini della comprensione dell'arte di taglio e lucidatura. È infatti l'esperienza plurisecolare di queste famiglie di tagliatori e conservatori per generazioni di polveri che ha instradato lo sviluppo, anche tecnologico, della Surat attuale. Come penso direbbe il Visalli , la cosmotecnica (ovvero le tecniche di una particolare cultura) di questa comunità giainista, di cui la maggioranza fanno i tagliatori, i finanzieri e i banchieri perché sono fra i pochi lavori "etici" per la loro millenaria religione, ha prodotto un'eccellenza planetaria indiscussa. La grande Cina attuale, nel taglio insegue ancora, è lontana dal fare a meno dei tagliatori di Surat per i suoi prodotti da gioielleria, a onor del vero per lunghi anni (e anche oggi) secondari nei progetti economici cinesi. Ci vedono lungo, i cinesi.

Fu nella Cina di Mao che si sviluppò la prima industria per la fabbricazione di diamanti artificiali, pochi anni dopo il fallimento del Grande Balzo in Avanti. A causa dei dissidi di quel periodo con l'Unione Sovietica, la Cina perse la fornitura russa di diamanti artificiali per abrasivi, fondamentali nell'industria pesante per trapani, trivelle, frese, etc.. Il primo lotto di presse a caldo cinesi entrò in funzione per il mercato nel '66, culmine della ricerca dello Zhengzhou Research Institute for Abrasives and Grinding dello Henan, ricerca iniziata anni prima, a partire dagli studi sovietici nel settore. La Cina fu il quinto paese del mondo a introdurre la nuova tecnologia che realizzava il sogno di crearsi da sé i preziosi abrasivi.

Gli è che in pochi anni si capì che la Cina era entrata a gamba tesa nei commerci internazionali della De Beers, monopolio mondiale escusivo londinese dei diamanti per 150 anni, polveri comprese, ridicolizzandone i prezzi con offerte più che concorrenziali, le quali ribaltarono il mercato a favore della Cina, oggi e da tempo stabilmente leader mondiale per quantità prodotte e riserve strategiche, tanto da essere andata anche in sovraproduzione, così che i prezzi sono ulteriormente diminuiti, a fronte anche di qualche licenziamento.
Bisogna comprendere che è uno dei principi base del socialismo cinese, di lasciare i mercati in sviluppo nella concorrenza estrema, per salvarne poi il meglio a fine ciclo, quando si assestano i valori in campo, razionalizzando il settore intorno ai gradimenti degli utenti e alle aziende più solide, prezzi compresi; oggi accade con le auto elettriche, arrivate ad avere in Cina uno sproposito di produttori (più di 3000!).
Lasciatemi dire che trovo quest'operazione economica cinese incantevole. Hanno impiantato in pochi anni dal nulla un MONOPOLIO AL CONTRARIO (contrario alla natura dei monopoli occidentali), fondato su bassi prezzi stabilizzati dal libero mercato e, ormai, anche da enormi riserve. Sono materiali strategici, ed è ovvio lo siano.

Nel confronto col ben più vasto mercato delle pietre al carbonio da gioielleria, questo delle costose polveri di diamante risulta essere mercato minore, quasi miserabile, circa il 2-3 per cento degli affari mondiali realizzati dalle pietre per gioiellieri più pesanti e costose, che è abbondantemente sopra i 100 miliardi annui, sommando i diamanti sintetici e i naturali il cui prezzo per oltre un secolo venne deciso unilateralmente dalla De Beers stessa, una volta accaparratosi il monopolio mondiale dell'acquisto di tutto il diamante grezzo estratto - che pagava non molto di più delle sue polveri. Consolidandosi, il monopolio De Beers riempì sempre più i suoi forzieri di pietre, limitandone arbitrariamente le quantità in vendita, a prezzi decisamente altissimi, prezzi di monopolio, appunto. Un mercato esclusivo, di ricchissimi incettatori per ricchi clienti.

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