Prof. Paolo Puccetti
5 settembre 2021

È ormai chiaro che il 100% della popolazione ha incontrato, sta incontrando o incontrerà il virus. Stante l’attuale rischio assoluto della popolazione di morire di Covid che è pari allo 0,23%, quel 100% – se non ci siamo ancora arrivati – ci siamo comunque molto vicini. Che vuol dire? Che l’endemizzazione è in atto. Che è successo in definitiva? Che l’immunità naturale ha giocato il ruolo di arbitro delle nostre “traiettorie” (per usare la parola che compariva nel post di ieri). La stragrande maggioranza ha eliminato il virus senza farlo arrivare alle basse vie aeree e senza pertanto attivare il processo infiammatorio, e probabilmente senza produrre ulteriori anticorpi virus-specifici. Sono state sufficienti le IgA mucosali che riconoscono gli antigeni comuni a tutta la famiglia di Coronaviridae, con il prezioso contributo dell’interferone di tipo III (di cui nel post di ieri). Questi soggetti, se testati in quella finestra temporale (meno di una settimana), sono stati erroneamente definiti “portatori sani”: falso, non ne esistono.

Una significativa percentuale di popolazione anziana, per il difetto dell’immunità innata, ha permesso al virus di esprimere e mettere in circolo (dopo che questo era giunto ai polmoni, ma ci sono altre vie di ingresso; vedi il post di ieri) – ha permesso, dicevo – di esprimere la tossina spike, e ha pertanto sviluppato una forma di malattia il cui spettro va dal paucisintomatico alla sepsi virale, condizione quest’ultima letale.

Se chiamiamo i primi (i resistenti) “iporeattivi” (alla noxa patogena, ecco perché “ipo”; “abboccano” di meno all’amo tentatore dell’infiammazione), e chiamiamo i secondi “iper-reattivi” (“abboccano” di più), la popolazione di mezzo (la maggioranza), che identifichiamo come “normoreattivi”, ha subito una viremia al momento del contagio (il virus si è diffuso nell’organismo), ha manifestato i sintomi sistemici dell’infiammazione, ha subito i danni (più o meno gravi) della tossina ma ha sviluppato una risposta immune “acquisita”; ha prodotto cioè cellule T specifiche, che hanno, a loro volta, permesso alle cellule B di produrre anticorpi contro la specifica spike (le cellule T helper forniscono un necessario “aiuto”). Quest’ultimi hanno anticorpi anti-spike (che non serviranno loro per difendersi da un’eventuale reinfezione con variante che esprima diversa spike) ma hanno il vantaggio di aver “fatto un richiamo” – coinvolgendo le cellule T della memoria – contro gli antigeni comuni delle Coronaviridae. Il ciclo si ripeterà, stagionalmente, e parimenti il modello epidemiologico, salvo il fatto che a ogni stagione, progressivamente, una parte dei iporeattivi diventerà normoreattiva, e una parte dei normoreattivi diventerà iper-reattiva (invecchiando), secondo il modello epidemiologico stagionale dell’influenza. Qual è il messaggio?

Forzare ripetutamente con vaccini imperfetti in presenza del forte adiuvante rappresentato dall’acido nucleico, velocizzerà l’immunosenescenza.

I bambini, lascateli stare: hanno una vita prima dell’immunosenescenza!

Naturalmente non accenno nemmeno a tutti gli altri rischi dell’attuale riproposizione vaccinale (mRNA + Spike) di cui mi sono occupato più volte. Buona domenica!

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