Il volto dell'Oligarca Europeo: Draghi, dal Green Pass al nuovo panopticon (Lo scriba disordinato)


Il Premio Carlo Magno assegnato a Mario Draghi non è un riconoscimento. È una consacrazione. È l'atto finale con cui l'élite che ha governato le crisi si auto-incorona e svela, senza più troppa vergogna, il progetto per il domani. Mentre i media mainstream celebrano il salvatore dell'euro, la verità è più scabrosa e profonda: l'uomo che oggi viene presentato come il visionario del "federalismo pragmatico" è lo stesso che ha forgiato in Italia gli strumenti del controllo divisivo e della coercizione sanitaria. Il Green Pass non fu un incidente, fu la prova generale. E il rapporto che oggi il comitato di Aquisgrana invoca di "attuare subito" è il piano per estendere quel modello a un intero continente in nome della sopravvivenza. Draghi, nel suo messaggio, ha parlato di un'Europa con "più nemici che mai", sia interni che esterni. Quello che non dice è che la sua ricetta per combatterli assomiglia in modo inquietante alla costruzione di una fortezza tecnocratica, dove le libertà che ieri (2020-2022) ci furono strappate in nome della salute, oggi ci vengono sequestrate in nome della competitività e della sicurezza.

Prima di parlare di Europa, bisogna fare i conti con l'Italia, il laboratorio. Il governo Draghi rappresentò l'esercizio di un potere paternalistico e spregiudicato, che ha usato la paura per frammentare la società. La gestione del Green Pass è stata un manuale di manipolazione: si è sostenuta la falsità che garantisse incontri tra "non contagiosi", si sono gonfiati i dati sui suoi effetti miracolosi per giustificarne l'obbligo, si è governato con monologhi televisivi, evitando il contraddittorio. Questo non è stato pragmatismo, è stato l'esercizio di una tecnocrazia che tratta le persone come dati da gestire. Ha creato cittadini di serie A e di serie B, normalizzando la restrizione delle libertà fondamentali in nome di un Bene Superiore definito da pochi. Hanno diviso il paese, lacerato legami sociali, e ora quel medesimo architetto, con la faccia di bronzo del salvatore, ci parla di "unità europea" e di "coalizioni di volenterosi". La domanda sorge spontanea: volontari secondo chi? Secondo quali criteri stabiliti in quali stanze chiuse?


Ed è qui che il cerchio si chiude, mostrando il disegno nella sua interezza. Perché lo stesso Draghi che ha perfezionato gli strumenti del controllo sociale oggi delinea il futuro dell'Europa con la sua proposta di "federalismo pragmatico". Non è un'utopia federalista, è un meccanismo flessibile e per questo ancor più pericoloso. Immagina gruppi ristretti di Stati "volenterosi" che avanzano su temi cruciali – difesa, intelligenza artificiale, energia – al di fuori dei lenti meccanismi democratici comunitari. La narrazione ufficiale la spaccia per una costruzione "dal basso". La realtà è l'apoteosi della governance delle élite: club esclusivi dove si decidono le regole per tutti, in sedi informali e opache, lontano dal fastidio del dibattito pubblico e del Parlamento Europeo. È la moltiplicazione dei centri di potere, una frammentazione controllata che rende il vero controllo più sfuggente e potente che mai. Mentre l'attenzione pubblica è catturata dai conflitti tra destra e sinistra nazionali, l'architettura della sovranità viene smantellata e ricostruita in forme elusive. 1/2

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