Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, se lo stretto di Hormuz non riapre, a settembre ci aspetta il lockdown, “come in pandemia”. È auspicabile che questo governo non scarichi il peso della crisi energetica sui cittadini, come invece fecero Pd e M5S durante il Covid

L’Italia impose lockdown energetico ai cittadini nel 1973 (austerity). Se anche oggi, 50 anni dopo, continuasse a adottare misure così drastiche come unica soluzione sarebbe grave: per Hormuz passa il 20% del petrolio globale, non tutto. E di questo più dell'80% è diretto in Asia (la Cina importa da qui il 50% del suo greggio). L'Italia vede a rischio circa il 10% delle sue importazioni totali di greggio, che certamente costituisce un problema, ma non un’emergenza assoluta. Non, almeno, da giustificare una soluzione così severa come il lockdown, che farebbe ricadere il costo di questa crisi interamente sui cittadini.

Premesso: l’Italia estrae dal proprio territorio circa 4,2 milioni di tonnellate di olio greggio all'anno, rispetto ai circa 578 milioni che sarebbero in teoria estraibili se non ci fossero vincoli innanzitutto geologici ma anche politici, burocratici e ambientali. Di conseguenza, importiamo dall’estero il 95% delle nostre risorse energetiche. Quali possibili soluzioni? 1) aumentare l’estrazione, nei limiti del possibile e del conveniente; 2) diversificare gli acquisti, come il governo Meloni fa dal 2022 (non comprando soltanto dagli Usa, peraltro). Pensare che tutto il mondo giri intorno a Hormuz è fuorviante. Per Hormuz passa il 20% del greggio (e il 10% del gas liquefatto) a livello globale, ma “di petrolio al mondo ce n’è tantissimo” (lo sottolinea lo stesso Tabarelli) e i Paesi produttori potrebbero pompare di più; 3) ritorno pragmatico al fossile; 4) acquisti di energia flessibili; 5) sistemi di accumulo su scala utility (BESS), non come soluzione totale ma almeno per accumuli a breve termine in caso di blackout come quello avvenuto in Spagna, Portogallo e parte della Francia meridionale il 28 aprile 2025; 6) riorientamento delle importazioni da corridoi sicuri non mediorientali e raddoppio dei corridoi di bypass (investimenti in oleodotti e gasdotti terrestri transcontinentali che evitino i colli di bottiglia marittimi).

I Paesi arabi si stanno già organizzando in questo senso: lo stretto di Hormuz può essere bypassato tramite il corridoio infrastrutturale Imec che, attraverso la penisola arabica, va verso Israele e il mediterraneo (quindi l'Italia). L’Arabia ha poi un oleodotto est-ovest Petroline che porta il petrolio dal Golfo Persico al Mar Rosso quindi bypassa lo stretto di Hormuz. I Paesi arabi stanno inoltre progettando nuove vie infrastrutturali (o ampliamenti di quelle esistenti) che consentano loro di evitare il rischio Iran: la guerra è un grande acceleratore di alternative infrastrutturali.

A fronte di questo ventaglio di alternative, l’Europa come sempre non tocca palla e propone soltanto o il lockdown, aprendo la strada all’austerity, o le fonti rinnovabili verdi che, come osserva giustamente Tabarelli, “sono arcaiche, sono antiche”. Almeno quanto il lockdown, però…

NB: 1) se esperti come Tabarelli insistono sul lockdown significa che, nonostante le note di cui sopra, l’ipotesi delle chiusure non è remota; 2) annunciandole per settembre, il governo Meloni dovrebbe gestire il malcontento dell’opinione pubblica in campagna elettorale, auguri; 3) vige sempre lo schema “festa, farina e forca”: lacrime e sangue, ma soltanto dopo il sacro Ferragosto…
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1 comment

Cambiare prospettiva e riappacificarci con i russi no, vero?