"Quando avevo 12 anni, l’Unione Sovietica è collassata. Tutto quello che sapevamo, la storia, la politica, la cultura, tutto il nostro sistema di valori, il nostro impero (che sembrava eterno, come tutti gli imperi) - è stato cancellato con un annuncio televisivo. Nel giro di una notte. Ci siamo risvegliati sulle rovine di un impero, le rovine della nostra civiltà .
No, non sono nostalgico dell’URSS (a differenza di molti russi), ma gli anni ’90 sono proprio quelli che ho descritto in Metro 2033. Paura del futuro, esistenza parassitaria sui resti distrutti di ciò che i nostri nonni avevano costruito per noi, e poi totale libertà e diversità politica dopo decenni, se non secoli, di dittature e monarchie.
Vedete, dopo la Guerra Civile gli americani hanno sperimentato solo due grandi catastrofi sul loro territorio: Pearl Harbour e l’11 settembre. La storia russa è stata invece un’infinita catastrofe per secoli, quando siamo stati vittime dei nostri vicini, e più spesso dei nostri governanti o di noi stessi.
Le città russe sono state distrutte, ridotte in cenere e bombardate a tappeto. Noi, il popolo, siamo stati decimati, giustiziati, gasati, ridotti alla fame e mandati a costruire cose nel permafrost da dove nessuno è tornato indietro.
La vostra storia è un dramma, ma la nostra una tragedia. Questo offre un punto di vista un pochino differente su quanto ci si possa divertire col concetto di Apocalisse, e quanto lontano ci si possa spingere."
Dmitry Glukhovsky, autore dei romanzi “Metro 2033”.