Una figura armata è ferma sulla soglia della casa di Odisseo. Telemaco non sa chi sia, da dove venga né che cosa voglia. Eppure gli va incontro, ne riceve la lancia, lo conduce all’interno e dice:

χαῖρε, ξεῖνε
«Salute, xénos» (Odissea I, 123).

Odisseo è ancora lontano da Itaca. Nella sua reggia i pretendenti consumano i suoi beni e aspirano a sposare Penelope. Atena giunge allora per incoraggiare Telemaco, assumendo le sembianze di Mente, capo dei Tafi. Il lettore conosce l’identità della dea; Telemaco vede soltanto un visitatore sconosciuto.

Prima lo fa sedere e gli offre da mangiare. Soltanto dopo gli domanda chi sia, quale sia la sua città e chi siano i suoi genitori. Poi aggiunge:

ἠὲ νέον μεθέπεις ἦ καὶ πατρώιός ἐσσι
ξεῖνος;

«Vieni qui per la prima volta oppure sei un xénos paterno?» (I, 175-176).

Atena, parlando come Mente, risponde:

ξεῖνοι δ᾽ ἀλλήλων πατρώιοι εὐχόμεθ᾽ εἶναι
ἐξ ἀρχῆς

«Ci professiamo xénoi paterni l’uno dell’altro, fin dall’origine» (I, 187-188).

Dopo la partenza della dea, Telemaco presenta pubblicamente il visitatore come:

ξεῖνος δ᾽ οὗτος ἐμὸς πατρώιος

«Questo è un mio xénos paterno» (I, 417).

Il termine ricorre molte altre volte nell’episodio; questi quattro passaggi ne mostrano però gli snodi principali. Il greco conserva la stessa parola, mentre il contesto ne precisa progressivamente la posizione: dapprima il visitatore sconosciuto sulla soglia; poi colui che viene accolto nella casa; infine il membro di una relazione reciproca ed ereditata dai padri.

Qui nasce il problema filologico. Ξένος può essere reso, secondo il contesto, con “straniero”, “forestiero”, “visitatore”, “ospite” o, nella formula πατρώιος ξένος, con “ospite-amico legato alla famiglia”. Ogni traduzione illumina una parte del significato, ma rischia anche di spezzare la continuità di una parola che il greco conserva immutata lungo l’intera scena.

Forse è proprio questa continuità a meritare attenzione. Sulla soglia, ξένος è colui del quale Telemaco non conosce ancora il nome; all’interno della casa è colui che viene accolto e nutrito; nel racconto di Mente diventa il membro di un rapporto antico, reciproco ed ereditato dai padri. La parola rimane la stessa, mentre la relazione si precisa.

Non vogliamo dunque rinchiudere ξένος in una definizione definitiva, né supporre che tutte le sue possibili traduzioni siano equivalenti. La scena omerica ci pone piuttosto davanti a una scelta: seguire di volta in volta il contesto, variando la resa italiana di ξένος, oppure tradurre tutte le occorrenze con la stessa parola, così da conservare anche in italiano la ripetizione lessicale del testo greco?

Come tradurreste ξένος nei diversi momenti dell’episodio: “straniero”, “forestiero”, “ospite” oppure “ospite-amico”? E che cosa acquisteremmo — o perderemmo — scegliendo ciascuna di queste parole?

Omero, Odissea I, 102-188; 405-420.

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