hanno trasformato una libera via di navigazione (uno dei più classici “choke point”) ovvero Hormuz, in un casello in condominio con l’Oman (fatto significativo in termini di geopolitica degli spazi relativamente a gli EAU e i loro progetti di nuovi terminali da portare nel Mar Arabico saltando Hormuz), che rifinanzierà la ricostruzione e darà loro nuovo peso geopolitico regionale. Hanno anche dato senso al nuovo gruppo STEP e mantenuto ottimi rapporti con i partner tradizionali (Russia, Cina) e con altri (Pakistan, India, Francia, Giappone etc,). Tutti da seguire saranno gli sviluppi di politica interna e la tenuta della strategia dell’Asse della Resistenza non tanto per volontà, quanto per possibilità concrete di finanziamento e supporto militare ora che dovranno prioritariamente ricostruire il Paese.

7. Parte US la faccenda è complessa più di ogni altra. Se azzeriamo la nuvola di chiacchiere e ci mettiamo nei panni di Trump e Netanyahu al giorno prima del 28 febbraio, è molto probabile avessero un piano di massima e di minima. Quello di massima è fallito del tutto, quello di minima forse non del tutto. Degli obiettivi raggiunti da Israele abbiamo detto, quanto agli americani del nord, è da vedere. Mentre ieri tutti aspettavamo Armageddon, nei fatti, i siti militari, energetici, industriali, culturali, sanitari e logistici dell’Iran, dopo quaranta giorni di bombe, hanno subito una importante distruzione. In termini di potenza materiale, l’Iran è retrocesso di non poco. Se questo era l’obiettivo almeno di minima dell’azione intrapresa, si capisce allora anche la gestione pirotecnica del discorso pubblico. Ogni giorno il mondo oscillava tra il panico degli indici e la paura nucleare e speranze di pace e accordi, ma nei fatti mentre le emozioni scoppiettavano, il rallentato bombardamento di Dresda continuava sistematico. L’elenco di strutture distrutte conta centinaia e centinaia di siti. I Paesi del Golfo, volenti o nolenti, hanno verificato la loro impotenza e totale subalternità ed ora saranno ancor più motivati ad aderire al progetto delle nuove vie rivolte all’Europa.

La nuova relazione tra US e NATO da una parte e Indo-Pacifico (Corea del Sud, Giappone, Australia) dall'altra, dopo la stagione dei dazi indiscriminati, registra definitivamente il passaggio dal livello di finzione precedente di amicizia tra (quasi)-pari al nuovo livello di chiaro dominio gerarchico. Tutto da vedere se ciò si stabilizzerà o porterà a progetti di emancipazione della sfera occidental-capitalistica alleata nei confronti del dominus imperiale. Partita lunga, tutta da seguire.

US paga pesantemente la distruzione totale del suo soft power, la perdita di affidabilità strategica, la nuova imprevedibilità che forse è un vantaggio nelle relazioni commerciali ma antitetica nelle logiche di Relazioni Internazionali. Gli amici di Trump del comparto fossili festeggiano per i prezzi infiammati, il probabile aumento dell’export e dopo il Venezuela, la possibile entrata in nuove joint venture del Golfo (e Israele sui giacimenti mediterranei antistanti). Ma anche gli immobiliaristi hanno un radioso futuro dato che dopo tanta distruzione c’è ricostruzione, un classico della creazione di profitto. I miliari hanno subito un piccolo “regime change” e il comparto industriale militare ha svuotato gli arsenali per cui li dovrà riempire di nuovo, un altro classico. Internamente Trump perde un po’ o un po’ tanto consenso, le mid-term sono tra sette mesi, da vedere se e quanto recupererà. Il resto del mondo sarà a lungo alle prese con prezzi infiammati e turbolenze economiche e quindi US se non saranno primi perché salgono in classifica, staranno strategicamente meglio perché gli altri retrocedono.

Tuttavia, sarà da valutare questa nuova situazione nella quale orami tutto il mondo sa con evidenza quanto gli US sono la potenza destinata ad esser ridimensionata dall’evoluzione di un mondo complesso che ormai dista ottanta anni dalla fine della IIWW.

Pierluigi Fagan - 2/2

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