---- ALTRO CHE TRE PER CENTO ----

Il primo scioglimento delle Camere mai avvenuto in estate ha un effetto devastante sul sistema politico italiano. Tutto quel che era già in crisi viene esasperato. È in crisi la funzione dei partiti come richiamata dall’art. 49 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».
La chiave della crisi è nel verbo “determinare”. Chi è che determina davvero, ormai, la politica nazionale (ora, nel trentennio dei “tecnici” al governo, di Draghi e i suoi fratelli)? Chi la determina non sono più i partiti con metodo democratico, bensì poteri legati a consorterie interne nonché a vincoli e a potentati esterni all’Italia.
Mentre poche mani esercitano il potere profondo, ai partiti più grossi rimane un’intermediazione subalterna (nei casi dei partiti di gestione con apparati) mentre alle forze politiche più piccole resta una rappresentanza dispersa all’interno di strutture deboli, transitorie, rette da personalità che godono di provvisorie parabole mediatiche che si dissipano in un sistema condizionato dalla semplificazione televisiva e dall’alternanza altare-polvere dei social network.
L’interruzione estiva della legislatura arriva dunque come uno tsunami, tanto veloce da rendere impossibile un pieno adattamento di chi ne è investito.
I partiti che hanno sostenuto da più posizioni il governo Draghi – cioè il governo dell’autoritarismo sanitario, dell’attacco all’autoimpiego e alle piccole e medie imprese, del coinvolgimento in guerra – si adattano fingendo differenze marginali su questioni che non spostano il vero asse del governo. Ingigantiscono la spuma delle differenze presentandole come solchi incolmabili, laddove i partiti mainstream fanno una cosa molto più inquietante che in realtà li unisce e conforma: il nucleo del loro programma vero è la stessa fotocopia per tutti, da Fratelli d’Italia al PD, dalla Lega al M5S a tutte le altre frattaglie del sistema. Lo dicono con parole quasi identiche: solida collocazione dell’Italia nell’Atlantismo e nell’Europeismo Reale. Cioè nessuna messa in discussione dei meccanismi che contano davvero. È la piena consegna dell’Italia, legata mani e piedi, a quell’Europa belligerante subalterna alle potenze anglosassoni, che in autunno affronterà tutta insieme la sua crisi più acuta nell’economia, nella società e nella fine di un sistema di relazioni relativamente pacifico.
Insomma, ribadisco: dominano partiti che nelle loro posizioni fondamentali recitano tutti lo stesso copione benedetto da Washington e da Londra. Vogliono recitarlo senza opposizione e con assoluta indifferenza rispetto all’aumento dell’astensione elettorale. Chi non vota non li disturba, così come già succede da anni con le elezioni amministrative.
L’opposizione possibile si stava coagulando con lentezza. Un detonatore è stato la lotta al green pass e stavano nascendo nuove forze di contestazione della “distruzione creativa” del draghismo nei confronti delle piccole e medie imprese. I partiti, piccoli e ciascuno al di sotto della complessità territoriale, sociale e politica dell’Italia, stavano comunque facendo dei passi per incontrarsi, amalgamare forze, idee, temi, embrioni di gruppi che ambivano a una funzione dirigente.
Appena il presidente Mattarella ha sciolto le Camere, migliaia di cittadini in cerca di rappresentanza hanno scritto a tutte queste forze fuori dagli schemi: unitevi, trovate una quadratura, fate liste comuni, vogliamoci bene! E che ci vuole?
Molto bello. Ma non è così semplice.
Anche con tutta la buona volontà del mondo, per far nascere un bambino hai bisogno di nove mesi, non di una settimana. (1/3)

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