Quando ci annichilisce la sfortuna, in un momento ci salvano le minime avventure dell’attenzione o della memoria: il sapore di un frutto, il sapore dell’acqua, quel volto che un sogno ci riporta, i primi gelsomini di novembre, l’anelito infinito della bussola, un libro che credevamo smarrito, il ritmo di un esametro, la piccola chiave che ci apre una casa, l’odore di una biblioteca o del sandalo, il nome antico di una strada, i colori di una mappa, una etimologia imprevista, la levigatezza dell’unghia limata, la data che cercavamo, contare i dodici rintocchi oscuri, un brusco dolore fisico. Sono otto milioni le divinità dello Shinto che viaggiano per la terra, segrete. Queste semplici divinità ci toccano, ci toccano e ci lasciano.