Il film è basato su un romanzo del 1978 di Ales Adamovich, ex-partigiano bielorusso, che partecipò alla scrittura della sceneggiatura. L’ambientazione è la Bielorussia durante la Seconda guerra mondiale, una regione quasi dimenticata ma che soffrì enormemente durante il conflitto: più di un quarto della sua popolazione, 2.230.000 persone, morirono durante il conflitto, la percentuale relativa più alta del conflitto. Questa regione doveva, nei piani dei nazisti, essere “ripulita” dalle sottorazze slave per fornire Lebensraum, spazio vitale, ai coloni tedeschi. Le cosiddette operazioni contro i banditi, ovvero i numerosissimi e ben armati partigiani sovietici, erano coperture per radere al suolo interi villaggi e sterminarne la popolazione. Ben prima dell’apertura dei Lager, i nazisti condussero con ferocia un “Olocausto delle pallottole”, ovvero lo sterminio degli ebrei tramite fucilazione. L’unità tedesca che compare nella parte finale del film è ispirata alla Brigata Dirlewanger (link del nostro post a riguardo nei commenti), composta da bracconieri e criminali, considerata da molti studiosi l’unità più famigerata e feroce della guerra, tanto che persino le altre SS erano disgustate dai loro comportamenti barbarici. Con loro vi sono dei collaborazionisti indigeni, persone che realmente decisero di aiutare l’invasore per odio nei confronti di altre etnie locali o per trarne vantaggi, un elemento importante ma spesso trascurato dalla narrazione delle atrocità naziste. Per quanto esagerata, paradossale e tanto orrida quanto grottesca possa sembrare, la scena clou della pellicola cattura appieno l’essenza della Dirlewanger, un’unità composta da criminali che beve, stupra, ride e buffoneggia mente tutt’intorno il mondo brucia. (Da una pagina Facebook)