Rubio e Lavrov a Manila: i trentacinque minuti sull’intelligence che nessuno dei due può ammettere
Il verbale dell’agenzia russa TASS registra l’ora esatta: i colloqui sono cominciati alle 11:54 ora locale e le due delegazioni hanno lasciato la sala alle 12:31. Trentasette minuti sull’orologio, trentacinque secondo la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, a margine del 33° ASEAN Regional Forum di Pasay, nell’area metropolitana di Manila. È stato il quarto faccia a faccia tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il primo dal settembre 2025. Il Dipartimento di Stato ha diffuso una riga: i due hanno parlato delle relazioni bilaterali e della necessità di porre fine alla guerra russo-ucraina. Il ministero russo ne ha diffuse tre: Lavrov ha informato Rubio sulla situazione reale lungo la linea di contatto, ha dichiarato inammissibile la fornitura di armi a Kiev, ha discusso la normalizzazione del funzionamento delle missioni diplomatiche dei due Paesi. Zakharova ha aggiunto un dettaglio che i comunicati americani omettono: l’incontro è stato chiesto da Washington.
Il ventidue luglio: quello che l’intelligence americana sospetta di Mosca Il 22 luglio la Reuters ha pubblicato, citando quattro persone a conoscenza dell’intelligence statunitense, che gli analisti americani stanno indagando se la Russia abbia assistito l’Iran negli attacchi con droni contro strutture della CIA nel Golfo, fornendo dati di targeting o tecnologia avanzata per i droni. Almeno due siti della CIA sono stati colpiti in marzo: la stazione in Arabia Saudita, ospitata nell’ambasciata americana a Riyadh, e un secondo sito nell’Iraq orientale. Alcune fonti riferiscono che altre strutture sono state colpite senza fornire dettagli. Gli analisti citano l’efficacia e la precisione apparente degli attacchi, oltre al sostegno tecnico russo all’Iran, come possibili elementi di prova, pur senza aver raggiunto conclusioni definitive. Una fonte separata indica che Mosca avrebbe migliorato la precisione degli Shahed-136 iraniani fornendo un sistema di navigazione satellitare, il Kometa-M, che gli esperti considerano molto più accurato e più difficile da disturbare. La preoccupazione si è intensificata nel fine settimana precedente, dopo i missili balistici iraniani sulle caserme di una base aerea americana in Giordania, che hanno ucciso due soldati.
Il sospetto poggia su una ragione tecnica precisa: alcuni analisti hanno concluso che poche nazioni oltre la Russia avrebbero i mezzi per acquisire e l’interesse a impiegare contro gli Stati Uniti un’informazione di targeting così sensibile. Una stazione CIA all’interno di un’ambasciata non è un obiettivo che si individua con la ricognizione commerciale. Daniel Hoffman, ex capo stazione della CIA, ha osservato che non sorprenderebbe un aiuto di Mosca a Teheran nel colpire strutture dell’Agenzia, data la partnership strategica tra i due Paesi. Il dubbio resta e va detto: alcune fonti avvertono che l’Iran potrebbe aver mirato all’ambasciata in generale e aver colpito per caso la stazione. Tuttavia altre fonti riferiscono che la dinamica è stata così accurata che diffilmente si può parlare di ‘caso’ (un drone ha bucato il muro, poi un secondo drone è entrato nel muro).
A Manila un giornalista ha chiesto a Rubio se avesse sollevato la questione con Lavrov. Rubio ha rilanciato la domanda — «chi lo dice, che lo stanno facendo?» — ha ricordato che il Segretario alla Guerra Hegseth aveva già riconosciuto un ruolo abilitante di Russia e Cina, ha liquidato le ricostruzioni giornalistiche come frutto di una fuga di notizie e ha aggiunto che, se anche fossero vere, non ne discuterebbe con la stampa. Ha poi affermato che nulla di ciò che chiunque stia facendo per aiutare l’Iran ne accresce in alcun modo la capacità di colpire gli americani.
La smentita di Rubio cade sull’effetto e lascia intatto il fatto. Non ha detto che Mosca non fornisce targeting: ha detto che, quand’anche lo facesse, non cambierebbe nulla. È la formula che resta disponibile quando confermare significherebbe riconoscere pubblicamente uno stato di belligeranza.
Le rotte dei droni ucraini e il ruolo dell’intelligence americana Il 5 luglio il Financial Times aveva pubblicato il rovescio esatto della stessa medaglia. Alti funzionari ucraini hanno riferito al quotidiano che l’intelligence americana aiuta Kiev a individuare le traiettorie di volo ottimali per i droni a lungo raggio, permettendo di aggirare le difese aeree russe e raggiungere obiettivi in profondità nel territorio della Federazione. Secondo l’analisi del FT basata sui dati della polacca Rochan Consulting, dall’inizio del 2026 le raffinerie russe sono state colpite almeno 194 volte, undici volte più che nello stesso periodo dell’anno precedente, con un record di sedici attacchi riusciti nel solo mese di maggio.
I numeri collegati descrivono un’economia sotto assedio. Zelensky ha dichiarato il 1° giugno che gli attacchi ucraini avevano colpito quindici raffinerie russe dall’inizio dell’anno, mettendo fuori uso quasi il 40% della capacità di raffinazione primaria del Paese. Le autorità russe hanno razionato la vendita di carburante in oltre quaranta regioni, i prezzi della benzina in dieci regioni hanno superato quelli statunitensi, e il 28 giugno Putin ha ammesso pubblicamente per la prima volta la penuria di carburanti. A Manila, davanti ai cronisti, Rubio ha riconosciuto che la Russia oggi subisce colpi in profondità nel proprio territorio, cosa che prima non accadeva.
Sulla questione delle forniture, lo stesso Rubio ha offerto la formula ufficiale con cui Washington risponde all’accusa di armare Kiev: gli Stati Uniti non donano, vendono armi attraverso PURL, un’iniziativa che passa per la NATO, e la politica su questo punto non è cambiata. La distinzione è contrattuale, non operativa. L’arma, il bersaglio e la catena di consegna restano identici; cambia la titolarità formale dell’atto, e con essa la possibilità giuridica di negare la belligeranza.
I trentacinque minuti di Manila rispondono a questo vincolo. Un incontro breve, senza comunicato congiunto, senza conferenza stampa condivisa, senza verbale pubblico, lascia a entrambe le parti la possibilità di negare tutto. Serviva a verificare che l’altro sapesse dove passa il confine oltre il quale il meccanismo di negazione reciproca smette di funzionare. Rubio lo ha detto quasi esplicitamente quando ha spiegato che, se la notizia fosse vera, non ne parlerebbe alla stampa.
Tra il 1950 e il 1953, nei cieli della Corea, i MiG-15 che affrontavano l’aviazione americana erano pilotati in larga parte da aviatori sovietici del 64° Corpo aereo da caccia. Portavano insegne cinesi o nordcoreane, avevano l’ordine di non parlare russo alla radio e di non volare sul mare o troppo a sud, per non rischiare la cattura.