Questo è accaduto un po’ dappertutto: nella famiglia, nei luoghi di lavoro, negli asili, nella scuola, in generale nella società. Nella scuola – realtà che ben conosco – per esempio, l’adolescente in difficoltà è indirizzato allo sportello psicologico. Sempre più massivamente, tanto per accennare a un problema assai diffuso sempre nella scuola, semplici disturbi comportamentali, o quelli che definisco difetti di impostazione, sono classificati come patologie per le quali produrre certificazioni e conseguenti sostegni di “esperti”. Ma ciò accade anche sui luoghi di lavoro, dove l’individualizzazione, la separazione/competizione tra i lavoratori ha sostituito la vecchia solidarietà di classe.
A mano a mano, gli esperti hanno soppiantato tutte le figure che in una società di tipo tradizionale intervenivano per risolvere (o comunque provare a risolvere) i problemi dell’individuo. I parroci, per esempio, nella gran parte dei casi, ora assolvono semplici uffici amministrativi, con chiese chiuse e transennate che non invitano certamente a sentirle come luoghi di “cura”, oltre che di culto.
Qualcuno potrebbe obiettare: embè qual è il problema? le società si evolvono per fortuna, oggi abbiamo la possibilità di risolvere tante situazioni in modo “scientifico”, e oltretutto salvaguardando la “privacy” di ciascuno, senza cioè che si intrometta la comunità col peso del suo condizionamento e della sua invadenza. Ma è proprio così? Siamo sicuri che oggi il sistema di controllo tramite gli esperti eserciti le sue funzioni in un ambito di maggiore rispetto dell’autonomia dell’individuo?
E poi c’è un’altra questione, che ritengo assai importante. Gli “esperti”, proprio per come è avvenuta la loro formazione, cioè al chiuso di laboratori, di seminari, di dottorandi, di stage, insomma di ambienti e percorsi guidati e protetti, sono del tutto ignoranti in materia di questione sociale; non hanno quella sensibilità sociale (e umana) che nasce dal vivere le contraddizioni che riguardano la vita che si svolge giorno per giorno nelle strade, nei luoghi di lavoro, nei recessi più nascosti della società. Ciò di cui parlano gli “esperti” è ciò che hanno appreso in modo meccanico fuori dalle condizioni materiali di vita e fuori quindi dalla vita reale delle persone in carne e ossa. Non che sia per tutti così, ma in generale è così. Gli “esperti” spesso non ci capiscono un acca della materialità della vita, di solito seguono pedissequamente le mode “culturali” impulsate dal sistema, non solo per essere (ben) remunerati, ma anche per sentirsi della partita, il che vale acquisire maggiore prestigio sociale. Ecco perché, quando messi in contraddizione, nei loro camici bianchi spesso ti guardano con gli occhi sbarrati, incapaci di capire che cosa gli si dice. Non sono cattivi, sono solo pericolosi. (Dalla bacheca facebook di Antonio Catalano)

3 comments

Il grande Ivan Illich giĂ  dagli anni 70 del secolo scorso aveva prefigurato i danni che sarebbero derivati dal delegare troppo potere agli "esperti". Era stato facile ma inascoltato profeta.
Si conviene con Catalano.
Gli esperti sono al potere e si vedono gli effetti sul mondo. Direi deleteri.
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