E qui arriviamo al punto: l’epoca unipolare a guida Usa è tramontata, il mondo sta entrando a passi da giraffa nell’epoca del multipolarismo. Si va formando un’area euroasiatica, non omogenea vero, ma convergente sull’intesa di costruire un processo all’insegna del multipolarismo: Russia, Cina, India si muovono in questa direzione; la stessa Israele sembra avere delle insofferenze, e la Turchia già da tempo si muove per conto suo. E in Africa è sempre più facile trovarvi Cina e Russia che America. Alla quale non resta che coltivare il suo giardino di casa (ma anche lì ha dei problemini con qualcuno) e la sua dipendenza europea.
Gli Usa dovevano quindi stringere sull’Europa, non potevano più tollerare che questa continuasse a tessere rapporti commerciali come se niente fosse con una Russia che non era più quella di Eltsin. Andava senz’altro spezzato quell’asse Berlino-Mosca che più di altro le dava preoccupazione. Per ora sembra esserci riuscita, nonostante mugugni e titubanze tedesche e quel rompiscatole del sovranista di ferro Orban che si ostina a voler mettere in primo piano piano gli interessi del popolo che rappresenta («Non possiamo permettere che il prezzo della guerra sia pagato dalle famiglie ungheresi. Questo è il motivo per cui continueremo a opporci", ha dichiarato con fermezza Orban rifiutando la pretesa del presidente ucraino di mandare armi, richiesta considerata «inaccettabile, e contraria agli interessi del popolo ungherese»). Dell’Italia meglio lasciar perdere, semplicemente vergognosa la sua posa a 90 gradi.
L’Europa avendo quindi incassato l’ukase Usa si è scavata la fossa da sola, e non sembra che riesca a esprimere nulla che vada oltre l’orizzonte americano, mancandole la capacità di “pensarsi” altro da questo orizzonte.
Difficile d’altronde per essa pensarsi altro, dopo che la configurazione post seconda guerra mondiale l’ha posta in uno stato di totale dipendenza atlantica. E non si tratta solo della massiccia colonizzazione militare (basi sparse ovunque, solo in Italia più di 100), ma anche di quella colonizzazione culturale che si è tradotta nella piena adesione allo stile di vita americano (“american way of life”)… sin da quando le truppe a stelle e strisce sono entrate nelle città “liberate” distribuendo chewing gum (“cingomme”), sigarette e cioccolato.
Stile di vita poi perfezionatosi con le migliaia di film hollywoodiani che hanno inondato le nostre sale cinematografiche, con la musica e tutto il resto… fino ad arrivare a quella mutazione antropologica che accompagna i tristi e decadenti ultimi anni in cui si è arrivati a tal punto di degrado da non voler “rischiare” di definire la donna perché non si è biologi, oppure di accettare che in gare femminili di nuoto le atlete gareggino con maschi che si “sentono” donna (e ben gli sta alle atlete che si lamentano e basta ma che non sono capaci di rifiutarsi di gareggiare con un maschio fisico, meritano prima o poi di dover gareggiare con delfini in “transizione”). Un american way of life nella quale domina quella cultura “woke” (di cui tante volte ho parlato) che ha letteralmente invaso la struttura nervosa della società americana (e nostra di rimando), che nel progressismo transumano trova la migliore copertura ideologica al suo liberal globalismo. (2/3)

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