C'era una volta l'idea che la macchina avrebbe finalmente spezzato le catene del lavoro umano.
Il progresso tecnico, nel racconto della modernità, nasceva come una grande promessa di emancipazione. Automatizzare la fatica, velocizzare i calcoli, domare la materia: tutto questo avrebbe dovuto regalarci il bene più raro, prezioso e fondativo dell'esistenza umana: il tempo. Il tempo per contemplare, per amare, per pensare, per vivere senza l'assillo quotidiano della sopravvivenza.
Già Aristotele, nella Politica, immaginava che l'automazione avrebbe potuto abolire la schiavitù: se le spole tessessero da sole, scriveva, i padroni non avrebbero più bisogno di schiavi. Duemila anni dopo, John Maynard Keynes rilanciava la stessa profezia, prevedendo per i suoi nipoti una settimana lavorativa di quindici ore. Entrambe le previsioni condividono un errore categoriale: presuppongono che la tecnica agisca in un vuoto sociale neutro, come se l'aumento di produttività si traducesse automaticamente in riduzione della fatica, anziché in intensificazione dell'estrazione.
Oggi, osservando la realtà quotidiana di questo secolo, quella promessa appare l’inganno strutturale che è sempre stata. La tecnologia non ci ha liberati ma accelerati. Non ha ridotto la fatica ma l'ha interiorizzata, trasformandola da uno sforzo fisico visibile in un'ansia prestazionale invisibile e pervasiva. Byung-Chul Han ha colto questa mutazione: siamo passati dalla società disciplinare di Foucault, fondata sul divieto e sulla sorveglianza esterna, alla società della prestazione, dove l'imperativo non è più "devi" ma "puoi". Proprio il "puoi" illimitato genera un'auto-sfruttamento più efficace di ogni frusta padronale, perché lo sfruttatore e lo sfruttato coincidono nella stessa persona.
Al centro di questa deriva si staglia una domanda fondamentale, un quesito oggi quasi eversivo nella sua semplicità: qual è il senso di progredire? Se ogni innovazione anziché regalarci serenità ci stringe la briglia al collo, a cosa stiamo correndo incontro? Ma ciò che rende la nostra epoca veramente tragica non è soltanto l'arroganza del capitale che sfrutta questa corsa: è la rassegnata complicità di un popolo che ha smesso persino di porsi la domanda.
*
1) La macchina e il capitale
Per comprendere la natura dell'odierna schiavitù, occorre superare l'ingenua convinzione che la tecnologia sia uno strumento "neutrale". Qui la lezione di Martin Heidegger resta insuperata: nel saggio La questione della tecnica, egli mostra come la tecnica moderna non sia un semplice mezzo ma un modo di disvelamento del mondo, un Gestell, un "im-porre" che trasforma ogni ente, natura e uomo compresi, in Bestand, in "fondo disponibile" da sfruttare. Il fiume non è più paesaggio da contemplare ma potenziale idroelettrico. Allo stesso modo l'attenzione umana non è più esperienza vissuta ma inventario da monetizzare.
La tecnologia non nasce nel vuoto atemporale dei sogni e delle buone intenzioni: viene progettata, finanziata e implementata all'interno di un modello economico ben preciso, cioè il capitalismo finanziario e digitale. Il capitale ha la sola legge esistenziale dell'accrescimento illimitato di sé stesso. Marx lo chiamava valorizzazione del valore, un processo che non ha fine interna, un moto perpetuo che, per sopravvivere, deve trasformare tutto ciò che incontra in merce, in risorsa estraibile.
Se nei secoli passati il capitale ha colonizzato le terre, i mari e i corpi degli operai, nell'era dell'informazione ha compiuto il suo salto mortale colonizzando il tempo libero e la psiche umana. Ciò che Marx chiamava sussunzione reale del lavoro sotto il capitale si estende oggi ben oltre la fabbrica, fino a includere il sonno, l'ozio, l'affetto in quello che teorici contemporanei come Shoshana Zuboff definiscono capitalismo della sorveglianza.
Le tecnologie contemporanee non sono lontanamente pensate per alleggerire e rendere piacevole la vita ma per catturare la nostra attenzione. L'algoritmo che governa lo smartphone non serve a farci risparmiare minuti ma a monetizzare ogni singolo istante di sveglia. La distinzione sacra tra tempo di lavoro e tempo di vita è definitivamente crollata. Con la reperibilità perenne, le notifiche incessanti e la mercificazione delle relazioni, la fabbrica non è più un luogo fisico ma l'intera nostra esistenza.
Il progresso si è fatto dispositivo di controllo. Non serve più un sorvegliante in carne ed ossa che frusti il lavoratore; la sorveglianza è stata interiorizzata e automatizzata, esattamente come Foucault descriveva nel Panopticon di Bentham: il potere più efficace non è quello che punisce, ma quello che rende il soggetto proprio custode di sé stesso. Ci muoviamo dentro un Panopticon digitale in cui la tracciabilità è venduta come sicurezza e la dipendenza viene contrabbandata per "comodità".
*
2) Il tempo tradito
Prima di analizzare la servitù volontaria, occorre soffermarsi sulla natura specifica del tempo che il capitale ci ruba. Henri Bergson distingueva tra temps - il tempo astratto, spazializzato, misurabile in unità omogenee (quello dell'orologio) - e durée, la durata vissuta, qualitativa, irriducibile a segmenti intercambiabili. Il capitalismo digitale ha compiuto la vittoria totale del temps sulla durée: ogni istante viene tracciato, quantificato, reso equivalente a ogni altro istante, perfettamente fungibile in dati e click.
Il sociologo Hartmut Rosa ha teorizzato questa condizione come accelerazione sociale: viviamo un paradosso in cui l'aumento vertiginoso della velocità tecnica, anziché liberare tempo, ne consuma sempre di più, perché ogni risparmio temporale viene immediatamente reinvestito in nuove richieste di produttività. Rosa parla di alienazione temporale: non abbiamo più un rapporto di risonanza (Resonanz) col mondo, ma solo un rapporto di aggressione contro il tempo, una corsa perenne che non ha meta, solo velocità. È l'immagine perfetta della "regressione mascherata da innovazione" di cui parla il saggio originale: correre sempre più veloci senza sapere (e senza più potersi chiedere) verso dove.
*
3) La servitù volontaria
Sarebbe fin troppo comodo individuare la colpa soltanto in un'élite di tecnocrati o nei Giganti del Tech. La verità più atroce, e il vero nodo esistenziale della nostra epoca, risiede nella popolazione. Ci troviamo di fronte a una forma inedita di quella che Étienne de La Boétie, già nel Cinquecento, chiamava servitù volontaria: il tiranno non ha bisogno di eserciti se i sudditi stessi desiderano la propria sottomissione, se hanno disimparato il gusto della libertà al punto da non riuscire più a concepirla come possibilità reale.
L'umanità contemporanea ha barattato la propria sovranità esistenziale in cambio della comodità. Consegne in poche ore, intrattenimento infinito a portata di clic, la percezione illusoria di un controllo totale sul mondo tramite uno schermo di vetro. Ma questa comodità ha un prezzo politico ed esistenziale devastante: l'atrofizzazione del pensiero critico. La gente non si chiede più "perché progrediamo?" perché la capacità stessa di porre domande richiede silenzio, pausa, vuoto. Ma il sistema attuale è strutturato precisamente per eliminare ogni vuoto. Guy Debord, nella Società dello spettacolo, aveva già diagnosticato questa condizione mezzo secolo fa quando definì lo spettacolo non è un semplice insieme di immagini ma un rapporto sociale mediato da immagini, un flusso continuo che sostituisce l'esperienza diretta con la sua rappresentazione consumabile. Ogni secondo di noia o di attesa viene immediatamente colmato da una scarica di dopamina digitale. Senza vuoto non c'è riflessione e senza riflessione non c'è contestazione. (Martin Venator 1)

Comments

Be the first to add a comment