CETI MEDI E PICCOLA BORGHESIA di Costanzo Preve Mi rendo conto che il termine “ceti medi” è largamente improprio, è un concetto-ripostiglio in cui ci si può mettere di tutto ed il contrario di tutto, ma in questa sede si può scusare una certa imprecisione, per cercare di mirare all’essenziale. Personalmente, non sono neppure d’accordo ad identificare i ceti medi con la cosiddetta “piccola borghesia”. La piccola borghesia è una classe culturale, la cui coscienza infelice fa da fattore di critica al liberalismo politico, evidente copertura della riproduzione capitalistica, e che porta perciò secondo i momenti storici indifferentemente al fascismo e/o al comunismo (dal punto di vista dell’origine sociale Antonio Gramsci e Benito Mussolini sono praticamente indistinguibili, in quanto figli della piccola borghesia provinciale italiana). I ceti medi, invece, tendono a definirsi non in termini di ideologia politica o di cultura critica, ma in termini di status, di consumi, di aspettative crescenti, eccetera. Marx non avrebbe probabilmente mai immaginato che questa instabile galassia dei ceti medi sarebbe stata storicamente il principale fattore di impedimento verso un’evoluzione socialista della società capitalistica moderna, e questo in almeno tre casi storici. In primo luogo, nel periodo storico 1870-1915 i ceti medi sarebbero stati la punta avanzata della nazionalizzazione colonialistica, razzistica ed imperialistica delle masse, prima nei confronti delle cosiddette “razze inferiori”, e poi addirittura nel grande macello sanguinoso impropriamente definito “grande guerra 1914-18” nei libri di storia. In secondo luogo, nel periodo storico 1917-1991 (trascuro qui come secondaria la stessa rottura bellica del 1939-1945), i ceti medi sarebbero stati nella maggior parte dei paesi capitalistici la base sociale della opposizione elettorale, politica e culturale al socialismo ed al comunismo. Non è affatto un caso, infatti, che dopo il 1991 essi “non servano più”, e che si stiano innescando processi che in linguaggio marxista sarebbero stati chiamati “proletarizzazione massiccia dei ceti medi”, e che personalmente preferisco chiamare “plebeizzazione postmoderna di massa”, per far notare che dal momento che il vecchio proletariato non esiste più diventa impossibile “proletarizzarsi”. In terzo luogo, infine, nel periodo storico 1956-1991, nei paesi cosiddetti “socialisti”, i nuovi ceti medi “comunisti” emersi dal processo di modernizzazione dell’economia sono stati il vettore essenziale per la restaurazione selvaggia del capitalismo. Certo, il discorso dovrebbe essere più preciso ed articolato, ma questa centralità “reazionaria” dei ceti medi in occasioni storiche tanto diverse come le tre sopraindicate deve far riflettere chi ha ancora voglia di farlo.