"Non ci sono nemici permanenti né amici permanenti, solo interessi permanenti” (Lord Palmerston). Sono trascorsi meno di 50 anni da quando le ultime truppe americane fuggirono precipitosamente dal Vietnam (con le immagini iconiche degli elicotteri che evacuavano gli ultimi membri del personale americano dal tetto dell’ambasciata USA a Saigon). Gli eventi chiave precedenti, la farsa dell’“incidente” del Golfo del Tonchino del 1964, che divenne il pretesto per la massiccia escalation militare statunitense. Negli 11 anni, dal 1964 al 1975, gli Stati Uniti sganciarono su Vietnam, Laos e Cambogia il doppio del tonnellaggio di bombe di quello impiegato in tutte le zone di guerra durante il secondo conflitto mondiale. Per chi ha memoria corta, il cinismo della politica estera americana può essere visto da questo confronto storico. All'epoca, Washington considerava l’Unione Sovietica il suo principale antagonista globale, e perciò in seguito al riavvicinamento Nixon-Mao si alleò con la Cina (in quel momento in aperto contrasto con Mosca). Washington considerava il Vietnam uno stato cliente dell’Unione Sovietica e appoggiò diplomaticamente l’invasione cinese del Vietnam (guerra del febbraio-marzo 1979). I vietnamiti alla fine dello stesso anno rovesciarono il regime genocida di Pol Pot in Cambogia, alleato della Cina. Gli Stati Uniti, in appoggio alla Cina, impedirono il riconoscimento diplomatico del regime della Repubblica Popolare di Kampuchea, e per diversi anni, Washington divenne lo sponsor di Norodom Sihanouk, allora vicino ai Khmer rossi mentre combattevano una guerriglia contro il governo cambogiano installato dal Vietnam. Ora, 44 anni dopo, Washington vede la Cina come il suo principale rivale e cerca di coltivare relazioni con il Vietnam. Biden visita Hanoi, tiene la prima visita di stato tra un presidente degli Stati Uniti e il segretario generale del Partito Comunista del Vietnam, riconoscendo di fatto la legittimità dello Stato vietnamita. Secondo quanto riportato dalla stampa, si sarebbe addirittura offerto di vendere gli aerei da combattimento F-16 al Vietnam, che Biden ha finora negato anche al regime fantoccio degli Stati Uniti in Ucraina. Come sempre accade, la realtà storica è sempre un po’ più complessa del racconto propagandistico. La stampa economica si è occupata di quanti soldi il viaggio avrebbe fruttato alle multinazionali americane (molto, dato che Vietnam Air ha confermato l’acquisto di 10 miliardi di dollari di aerei di linea dalla Boeing, e i produttori di semiconduttori saranno “incentivati” a creare impianti di produzione in Vietnam), e delle prospettive per l’allineamento del paese asiatico all’asse anti-cinese costruito da Washington, che ha già arruolato Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Australia, Nuova Zelanda e l’India. (Mario Rossi, via facebook)
Nonostante tutto penso che prima di votarsi al suicidio economico e politico come sta facendo l'Europa ci.penseranno due volte. Del resto dal loro punto di vista la Cina è ovviamente ingombrante. Al tempo stesso davvero queste nazioni possono crescere senza Cina? Il vero game changer economico globale è l'Africa dove i tassi di crescita della popolazione possono trainare la crescita economica poi India e Cina dove la voglia di miglioramento economico di molte centinaia di milioni di famiglie fa da traino. Francamente la sola elettronica avanzata per quanto fondamentale è di gran lunga insufficiente.
Ma davvero pensate che il Vietnam, alleato storico dell'URSS prims e della Russia poi, governato da un partito comunista si presti a questi giochetti? Allora non avete presente la storia: il Vietnam vuole assicurarsi uno sviluppo veloce e migliorare la qualità della vita del proprio popolo mantenendo la propria indipendenza. Non si presterà alla politica anticinese e raggiunto il proprio sviluppo diventerà anti...qualsiasi cosa minaccerà la sua indipendenza.