«Riconosciuti grazie al miracolo del vino, gli dèi si rivelano: “Dii sumus”, “Noi siamo dèi”, e manifestano la loro potenza. Puniscono e premiano, infliggono un’alluvione ai corrotti e risparmiano la coppia ospitale, come accade anche a Noè e ai suoi. La città affonda con le sue case, resta solo la capanna. Le sue travi di legno si trasformano in colonne, la paglia del tetto si muta in oro splendente: il desiderio della coppia – poter esercitare la funzione di sacerdoti nel luogo divenuto sacro fino alla morte di entrambi – viene esaudito.
Bisogna supporre che gli dèi rivestano qui un ruolo di molto anteriore al loro tempo. La fiaba che è senza luogo né tempo, si fonde con il mito, e acquista con esso un contorno più preciso. Così nella poesia di Ovidio; essa tramanda fonti che si sono riversate anche nella Genesi. Certo solo un’eco, perché le immagini “antidiluviane” sono state rifuse grazie alla forza poetica e trasformate in tipi, ripetute nelle opere d’arte.
Come la creazione nella procreazione, la rivelazione si ripete nell’invenzione immediata dell’intuizione. L’originale, al contrario dell’individuale, è ciò che è essenziale e al tempo stesso non è proprio, perché riporta all’origine, all’indistinto, al caos stesso.»

(Ernst JĂĽnger, Filemone e Bauci, 1979)

IMG: Bramantino, Storia di Filemone e Bauci (1490-95 ca), Wallraf-Richartz-Museum & Fondation Corboud, Colonia

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