La verità è che non volete guarire. Volete soltanto sembrare persone migliori. E così avete inventato una spiritualità che assomiglia a un reparto cosmetico: frasi motivazionali, sorrisi obbligatori, vibrazioni alte, gratitudine a comando. Un gigantesco meke-up psicologico che serve a una sola cosa: non guardare in faccia ciò che siete davvero.
La vitiligine, se osservata come simbolo e non come malattia, racconta proprio questo dramma. L'ossessione di separare il bianco dal nero, il puro dall'impuro, il bello dal brutto. Come se dentro l'essere umano esistessero emozioni autorizzate ed emozioni da espellere. Come se rabbia, gelosia, odio, paura e desiderio fossero difetti di fabbrica anziché componenti inevitabili della nostra natura. Ma la natura non obbedisce alla propaganda del pensiero positivo.
Ogni volta che decidete di cacciare il vostro lato oscuro, non lo eliminate. Lo rendete invisibile. E ciò che diventa invisibile acquista potere. Agisce nell'ombra, guida le vostre scelte, inquina le relazioni, decide chi amate, chi odiate e perfino ciò che credete di aver scelto liberamente. Questa non è crescita personale. È censura interiore.
Ci hanno convinti che essere evoluti significhi non provare più certe emozioni. È una delle menzogne più redditizie degli ultimi decenni. Perché un individuo che combatte continuamente contro se stesso sarà sempre disposto a comprare un nuovo metodo, un nuovo maestro, un nuovo corso, una nuova promessa di purificazione. E insieme a questa mistificazione ne è cresciuta un'altra, altrettanto pericolosa: quella dell'empatia.
Oggi l'empatia è diventata una parola talmente inflazionata da aver perso quasi del tutto il suo significato. La si confonde con il compiacere, con il dare sempre ragione, con l'evitare qualsiasi conflitto, con il non ferire mai nessuno. Ma tutto questo, nella maggior parte dei casi, non è empatia. È paura. Paura di essere rifiutati, di risultare scomodi, di incrinare l'immagine di "brava persona" che ci siamo costruiti.
Prima di continuare, vale la pena chiarire un equivoco fondamentale. L'empatia non è quasi mai ciò che oggi viene chiamato empatia. L'empatia non è: Compassione. La compassione spinge ad alleviare la sofferenza dell'altro; l'empatia, invece, ne comprende l'esperienza senza dover necessariamente intervenire.
Giustificazione. Comprendere le ragioni di un comportamento non significa assolverlo o considerarlo accettabile. Simpatia. La simpatia nasce dall'affinità e dal piacere reciproco; l'empatia può esistere anche verso chi non ci piace.
Affetto. Voler bene a qualcuno non implica comprenderne davvero il mondo interiore. E si può comprendere profondamente anche una persona per la quale non si prova alcun affetto.
Confluenza. Fondersi emotivamente con l'altro fino a perdere i propri confini non è empatia, ma una rinuncia alla propria identità.
L'empatia, invece, è la capacità di entrare nel mondo dell'altro senza uscirne da se stessi. È comprendere senza assorbire, ascoltare senza giudicare, riconoscere un'emozione senza farsene travolgere, restando presenti e consapevoli dei propri confini. In termini psicologici è come osservare un incendio da una distanza sufficiente per sentirne il calore senza finirci dentro. Se vi gettate nelle fiamme insieme all'altro, non state più comprendendo: state semplicemente bruciando con lui.
L'empatia non consiste nel legittimare ogni comportamento, né nel trasformarsi nella discarica emotiva degli altri. Non è annullare i propri confini, non è sacrificarsi, non è mentire per evitare un dolore momentaneo. A volte la cosa più empatica che si possa fare è dire una verità che l'altro non vuole ascoltare.
Perché comprendere qualcuno non significa necessariamente assecondarlo. Ma una cultura ossessionata dal consenso ha trasformato persino l'empatia in una recita. Si finge di capire tutti, si assolvono tutti, si giustifica tutto. In realtà si sta solo evitando l'incontro autentico con la complessità dell'essere umano.