Gabriele D’Annunzio era chiamato l’immaginifico per la sua capacità di creare parole nuove. Il vate pescarese, dall’alto della sua genialità , inesauribile fantasia e amore per la lingua italiana, sapeva inventare i termini più pregnanti per definire cose, situazioni, sentimenti. Gli stregoni contemporanei della lingua lo hanno ampiamente superato.
Dopo “genitore gestante” al posto di madre, l’officina neolinguistica ha forgiato un nuovo sintagma: “madre intenzionale”. L’obiettivo è sempre lo stesso: normalizzare ciò che normale non è. Una coppia omosessuale femminile, se vuole figli senza ricorrere all’aborrito sistema antico – l’unione fisica tra un uomo e una donna – deve affidarsi alla fecondazione artificiale. Una delle due diventa quindi “genitore gestante”, prescindendo dalla figura del donatore – o venditore onanista – del seme, che in tempi oscuri ci si ostinava a chiamare padre. E l’altra metà della coppia? Dilemma risolto: è la “madre intenzionale”, in quanto vuole diventare genitrice, sia pure “non gestante”. Ecco fatto. La legge “positiva” (mai termine fu più ossimoro…) non deve fare altro che prendere atto delle intenzioni e riconoscere ad entrambe lo statuto giuridico di genitori, a partire dalla patria (???) potestà .
https://www.ereticamente.net/2023/07/la-madre-intenzionale-larcobaleno-a-sei-colori-attacco-alla-verita-roberto-pecchioli.html