Si è compiuto così il capolavoro del capitale: rendere l'alienazione desiderabile. Ciò che Marx descriveva come alienazione - l'estraniamento dell'operaio dal prodotto del proprio lavoro, dalla propria attività, dalla propria essenza generica (Gattungswesen) e dagli altri uomini - si presenta oggi non più come sofferenza percepita, ma come condizione ricercata, gamificata, persino gratificante nell'immediato. L'individuo moderno non si sente oppresso dalla macchina ma si sente in colpa se non è abbastanza performante per stare al passo con essa. La nevrosi, il burnout e la depressione non vengono letti come risposte sane a un sistema malato, ma come fallimenti personali da curare per poter tornare a produrre, quella che Mark Fisher chiamava "privatizzazione dello stress", la trasformazione sistematica di problemi strutturali in patologie individuali da risolvere con terapia o farmaci, mai con la critica del sistema che li produce.
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4) "Nulla è possibile al di fuori di questo"
Perché l'uomo che vorrebbe semplicemente vivere sereno, lavorando il minimo indispensabile per godersi il breve soffio della propria esistenza, viene marginalizzato o costretto a sgobbare? Perché il sistema non può tollerare l'eresia della sobrietà. Un uomo che desidera poco, che non consuma, che trova la serenità nel tempo vuoto e nella relazione con gli altri è un disastro economico. È un elemento inutile per la crescita del PIL.
Per questo la società moderna ha costruito un'architettura morale in cui la pigrizia, la lentezza e la rinuncia al superfluo vengono marchiate come colpe sociali o fallimenti individuali. Max Weber aveva già individuato la matrice storica di questa architettura nell'etica protestante che trasformava il lavoro instancabile in segno di grazia divina, il successo economico in prova di elezione. Il capitalismo secolarizzato ha ereditato questa struttura teologica senza più il suo contenuto religioso: resta solo l'imperativo di produrre, spogliato di ogni giustificazione trascendente, puro comandamento vuoto.
Ci è stata venduta la favola secondo cui non esiste alternativa (There Is No Alternative, secondo la celebre formula thatcheriana). Il progresso è stato divinizzato, è diventato un destino ineluttabile, una forza della natura a cui ci si può solo adeguare. Ma questo è un falso teologico. La tecnologia è una scelta politica. L'impianto della società è una decisione umana. Come ricordava Herbert Marcuse ne L'uomo a una dimensione, la razionalità tecnologica stessa è già ideologia: si presenta come pura efficienza neutra proprio mentre elimina sistematicamente ogni pensiero negativo, ogni alternativa, ogni capacità di immaginare un mondo diverso da quello dato.
Il senso del progredire non può essere la pura velocità. Aumentare la potenza di calcolo di un microchip o spedire satelliti nello spazio mentre milioni di persone vivono in uno stato di costante ansia finanziaria ed esistenziale non è progresso ma una forma demenziale e sofisticata di barbarie.
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5) Reclamare il tempo e il senso
Come ci si riappropria, dunque, di questo progresso? La risposta non risiede nel distruggere le macchine o nel rifugiarsi in un'improbabile nostalgia del passato. Il luddismo ingenuo è una trappola che lascia intatti i rapporti di potere. La vera rivoluzione è prima di tutto esistenziale e concettuale:
a) Disaccoppiare il progresso dalla crescita del capitale: la tecnologia deve essere strappata alle logiche del profitto privato per diventare un bene comune (Digital Commons). Se un algoritmo o una macchina svolgono il lavoro di dieci uomini, il risultato non deve essere il licenziamento di nove persone e l'arricchimento del padrone, ma la riduzione dell'orario di lavoro per tutti e dieci a parità di salario.
b) Reclamare il diritto al limite e al disinteresse: dobbiamo riscoprire il valore di ciò che non produce denaro: la contemplazione, l'arte amatoriale, il gioco, la cura reciproca. È qui che risuona l'idea aristotelica di scholé, il tempo libero non come vuoto da riempire ma come condizione stessa della vita contemplativa, la sola davvero degna dell'uomo libero.
c) Dalla comodità alla libertà: bisogna essere disposti a rifiutare una quota di "comodità" artificiale se essa richiede in cambio la nostra sorveglianza e la nostra dipendenza. La libertà ha sempre un costo di autonomia.
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6) Il coraggio della domanda
Il senso del progredire non può che essere uno solo: ampliare la libertà dell'uomo di interpretare e vivere la propria esistenza con serenità e consapevolezza. Qualsiasi sviluppo tecnico che riduca l'essere umano a ingranaggio ansioso, costretto a sgobbare per pagare il diritto di esistere dentro una gabbia dorata, non è progresso ma regressione mascherata da innovazione.
Svegliarsi da questo torpore richiede un gesto radicale: il coraggio di fermarsi. Non è un caso che tutte le grandi tradizioni contemplative (dalla scholé greca all'otium latino, dalla meditazione orientale al sabato ebraico) abbiano riconosciuto nella sospensione dell'attività il luogo stesso in cui l'uomo diventa pienamente umano, capace di interrogarsi anziché limitarsi a reagire. Fermarsi di fronte alla macchina, alzare lo sguardo dallo schermo e tornare a formulare la domanda proibita che il capitale e la nostra stessa pigrizia hanno cercato di cancellare: "a che scopo tutto questo?"
Finché non torneremo a porci questa domanda collettivamente, continueremo a essere gli schiavi più perfetti della storia: quelli che ringraziano la catena solo perché è fatta d'oro e luccica nell'oscurità (Martin Venator 2)

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