È a questo punto che la questione della libertà conduce alla morale. Non perché Severino fondi una nuova morale, ma perché porta alla luce il terreno ontologico sul quale la morale occidentale si costituisce. Pensieri sul cristianesimo contiene, da questo punto di vista, una delle provocazioni più radicali: se si pensa che la natura fondamentale dell’uomo consista nel nascere dal nulla e ritornarvi, allora persino il comandamento «non uccidere» condivide con l’omicidio una medesima fede originaria, quella secondo cui l’uomo è qualcosa che può essere annientato.

L’omicidio dice: annientalo; il comandamento dice: non annientarlo; ma entrambi assumono che l’annientamento sia possibile. 00293.txt Non si tratta evidentemente di equiparare moralmente il comandamento e l’omicidio, né tanto meno di assolvere il secondo; si tratta di mostrare che entrambi, proprio in quanto pensano l’uomo come mortale nel senso radicale del poter diventare nulla, si muovono all’interno dello stesso orizzonte nichilistico. La morale dice al distruttore: non devi annientare l’uomo. Il destino dice qualcosa di incomparabilmente più radicale: non puoi annientarlo. Puoi infliggere dolore, produrre il cadavere, far scomparire l’altro dall’apparire attuale, volere la sua morte; ma non puoi ottenere che l’essente divenga niente. Il comando morale tenta di impedire un potere di annientamento che continua a ritenere reale; il destino mostra l’impossibilità originaria di quel potere.

È per questo che, nella prospettiva severiniana, il male non possiede alcun privilegio ontologico di libertà. Anzi, proprio quando viene pensato come potenza distruttiva, esso rivela con particolare chiarezza il proprio radicamento nella fede nel diventar altro. Ma La morte e la terra porta l’analisi ancora più in profondità, perché mostra che non soltanto l’odio, bensì anche l’amore, quando è volontà, appartiene alla medesima struttura. L’amante dice: «voglio che l’amato sia»; l’odio dice: «voglio che l’odiato non sia». E tuttavia entrambi presuppongono che l’essere dell’altro sia disponibile, che possa essere sottratto o conservato, che l’amato possa essere separato dal proprio essere e dunque diventare nulla. Per questo Severino può affermare che l’intenzione di amare, nella terra isolata, maschera l’odio che sta alla radice dell’amore in quanto volontà, perché anche quell’amore vive della fede nella separabilità dell’amato dal suo essere. 00166.txt Qui compare il significato radicale dell’enticidio: non semplicemente l’uccisione empirica di un uomo, ma la fede che l’essente sia annientabile; e l’odio autentico della terra isolata consiste proprio nel credere nell’annientabilità di qualcosa, perfino dell’odio stesso. 00167.txt

Da questo punto di vista anche l’opposizione morale tra conservazione e distruzione diventa insufficiente, perché il problema non è soltanto se la volontà voglia conservare o distruggere, ma che in entrambi i casi essa si ritiene capace di disporre dell’essere dell’essente. Il senso autentico dell’amore non può allora consistere nel voler impedire che l’amato divenga nulla, perché questa volontà nasce già dalla fede che egli possa diventarlo; esso consiste piuttosto nell’apparire della necessità del suo essere. Non «ti amo e dunque voglio salvarti dal nulla», ma: appare che tu non puoi essere nulla. L’amore autentico non concede l’essere all’essente, non glielo conserva, non glielo restituisce: lascia apparire la necessità del suo esser sé. Per questo La morte e la terra afferma che tutti gli essenti sono «amati» dal destino della necessità, nel senso che il destino non li altera né li produce, ma li lascia apparire nel loro necessario essere ciò che sono. 00166.txt Ed è qui che la parola «libertà» ritorna con un significato essenzialmente diverso da quello del libero arbitrio: il destino è «libertà dall’errore e dall’odio». 00167.txt La libertà autentica non è più la potenza di scegliere tra possibilità alternative, ma l’apparire incontrovertibile della necessità dell’essente, ossia il liberarsi dell’apparire dalla fede che ciò che è possa essere nulla o altro da sé.

Per questo sarebbe altrettanto errato trasformare Severino nel legislatore di una nuova morale. Il destino non prescrive un nuovo codice del comportamento, non sostituisce al «devi fare questo» un «devi fare quello», perché ogni prescrizione appartiene ancora, in quanto tale, alla regione della volontà che vuole che ciò che è divenga altro da ciò che è. La filosofia non diventa quindi una tecnica del vivere né una morale superiore; mostra piuttosto la struttura entro la quale morale e immoralità, colpa e merito, bene e male, amore e odio vengono pensati. La morale vuole guidare il divenire verso ciò che chiama bene, l’immoralità lo dirige verso ciò che chiama male, ma entrambe presuppongono, prima ancora di dividersi, che vi sia un mondo ontologicamente disponibile alla trasformazione e che l’uomo possieda il potere di produrre l’essere e il non essere delle cose. È questa fede, e non semplicemente una particolare scelta morale, che il destino porta al proprio tramonto.

Possiamo allora tornare alla frase iniziale: «l’unica libertà permessa è quella del male». Nel linguaggio del destino già il termine “permessa” è improprio: permessa da chi, da quale potere, da quale legge sovrastante il necessario? Se una decisione sopraggiunge necessariamente, essa non è permessa: è; e se la libertà significa che essa avrebbe potuto non essere, allora né la decisione buona né quella cattiva sono libere nel senso del libero arbitrio. Il male non è dunque la zona franca della necessità, non è il punto in cui l’essere si incrina e lascia spazio a una decisione sottratta al destino. Anch’esso è eterno in quanto essente; come è eterno l’errore in quanto errore, l’odio in quanto odio, il dolore in quanto dolore. Ma l’eternità dell’errore non significa che l’errore sia verità: la verità è tale proprio in quanto negazione dell’errore, e l’errore è eternamente ciò che è, cioè errore. La necessità non assolve il male e non lo trasforma in bene; gli sottrae qualcosa di ancora più radicale, ossia la pretesa di poter vincere sull’essere. L’odio vuole annientare, ma non annienta l’essente; la volontà vuole renderlo altro, ma non può far sì che ciò che è sia il proprio altro; il carnefice può far sopraggiungere il dolore, il cadavere, l’assenza, ma non può ottenere che ciò che è divenga nulla. Il massimo rovesciamento rispetto alla morale tradizionale è allora questo: l’Occidente dice il male non deve annientare l’essere; il destino mostra che il male non può annientare l’essere. La morale proibisce ciò che, credendolo possibile, teme possa accadere; il destino mostra l’impossibilità stessa dell’annientamento. E così la libertà autentica non è la disponibilità del nulla, ma il tramonto di quella disponibilità; non è il poter scegliere tra essere e non essere, ma l’apparire che nessun essente è mai stato consegnato a quella alternativa. Non siamo liberi perché possiamo decidere se l’essente sarà: siamo liberi dall’errore quando appare che l’essente, in quanto è ciò che è, non può non essere. Ed è precisamente a partire da questo punto che anche la parola «morale» è costretta a mutare radicalmente il proprio significato.

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