“Ma tu sei virologo?”. Questa domanda viene posta quasi pedissequamente quando ci si imbatte in qualche talebano della vaccinazione e gli si oppongono considerazioni escluse dalla vulgata di regime, tentando – invano – di insinuare qualche dubbio o di indirizzarlo a valutazioni altre sulla narrazione ufficiale. Questa domanda dovrebbe suggellare l’impossibilità di sviluppare utilmente il confronto: non sei virologo, dunque di cosa vai cianciando? Questa forma mentale, forgiata in decenni di somministrazione coatta di informazione alla Zelig o alla Drive-in, condensa in modo persino raccapricciante lo stato di impotenza cognitiva, dalla quale emerge sulfureo anche il “burionismo”, quell’arroganza sistemica con cui il capitalismo marcescente veicola la “scienza” come un dogma indiscutibile, riservata alle competenze dei soli specialisti, che esclude il popolo (“bue”, si deduce), per . Siamo di fronte a una contraddizione in termini, poiché se la materia fosse appannaggio di una sola classe di specialisti, il dibattito sarebbe ristretto a una cerchia di “esperti” autoreferenziali, che escluderebbe medici clinici e ricercatori, specializzati in anestesia e rianimazione, pneumologia, ematologia, epidemiologia, immunologia, ecc., e, va da sé, i politici che decretano d’urgenza tutte le misure che stanno distruggendo un intero paese. Su quali basi della medicina EBM (Evidence Based Medicine) il premier-sicario Draghi afferma, per esempio, che chi non si vaccina è da considerarsi come un assassino? Non lo sa nessuno, ma intanto lancia un motto che alimenta terrore e istiga all’odio primordiale. Paolo Borgognone a ragione parla di “effetto Sarajevo”, cioè di quell’odio su base istintiva, irrazionale, che genera una guerra civile. Vale la pena osservare che ci si appella alla virologia, materia che presenta, più di altre, difficoltà e lati oscuri ancora insolubili, tanto che diversi scienziati ne mettono in dubbio la sua coerenza (del resto nessuno ha ancora chiarito che cosa è un virus), mentre si ignora la medicina clinica, che invece ha conseguito successi indiscutibili nella cura del Covid, come attestato da molti medici che hanno mantenuto ancora in vita il principio ippocratico, nonostante il bando ministeriale che riduceva la cura a una criminale procedura protocollare a distanza. Il paradigma veicolato dalla campagna martellante è tragicamente banale: cure no, vaccino sì. Non solo non è stata incoraggiata la ricerca per le cure (anzi, il drammatico caso del dottor De Donno denuncia un accanimento criminale verso medici clinici che hanno intrapreso una strada coraggiosa e coronata di successi), ma si sono addirittura proibiti farmaci che risultano efficaci, imponendo la ferale soluzione “paracetamolo e vigile attesa”. Il tutto per dirottare la scelta, estorta di fatto col ricatto e il terrore, sul vaccino, che vaccino non è, trattandosi di una terapia genica, neppure sperimentata, che non sta offrendo nessuna protezione (emblematici i casi di Israele e dell’Islanda, i paesi più “vaccinati” al mondo nei quali si registra un aumento esponenziale dei casi di Covid) e sta producendo reazioni avverse spaventose. E’ di questi giorni il report del VAERS americano (Vaccine Adverse Event Reporting System) che rileva come in meno di un anno si sono prodotte con questo “vaccino” più reazioni avverse (anche fatali) che in tutta la storia trentennale delle rilevazioni. La realtà è che questo “vaccino”, per il criterio sul quale si basa, avrebbe dovuto seguire una sperimentane pluridecennale (qualche scienziato parla di almeno un secolo, ipotizzando effetti sul genoma umano riscontrabili solo dopo diverse generazioni di inoculati). Verrebbe spontaneo chiedere a questi talebani del vaccino salvavita a oltranza chiedere: “ma tu sei epidemiologo?”, quando riportano con il solito mantra teleguidato, i successi dei vaccini tradizionali. Sono generalmente persone che non sanno che la polio, per esempio, è decuplicata in India dopo la campagna di vaccinazione obbligatoria.

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Ma tu sei virologo? Io no: ma luc montagnier, si.