Cosa non abbiamo capito della Russia / 1
La rivista EXagere
(
www.exagere.it) ha rivolto alcune domande agli autori del volumetto collettivo "Generazione Putin" (Stilo, 2022).
Questa la mia risposta alla domanda: "Cosa non sapevamo e non
abbiamo capito di quanto stava avvenendo in Russia in questi ultimi
decenni?"
Non abbiamo capito che i traumi storici subiti da quel grande popolo nel corso del Novecento - ma in particolare la piega presa dagli eventi a partire dal fallimento della Perestrojka - avrebbero prima o poi presentato il conto. Sia noi "russoidi" stranieri che la piccola élite di intellettuali globalizzati con cui siamo da sempre abituati a interagire in Russia, ci cullavamo in una semplicistica utopia "sviluppista": sì, le strutture democratiche del Paese sono fragili, gli squilibri fra classi sociali e fra aree geografiche sono drammatici, in giro c'è ancora tanta miseria e tanto rancore, ma in forza di una indefettibile legge di natura tutto si "normalizzerà". I giovani studiano l'inglese, guardano Netflix ascoltano la trap e sognano l'America, quindi il ciarpame novecentesco è destinato a svanire come un miraggio, con tutti i suoi incubi.
Tutte cazzate, ovviamente, e di questo abbaglio siamo noi i primi responsabili, noi, gli studiosi di cose russe: abbiamo letto tutti Larry Wolff, ma ci siamo cascati lo stesso. Ci eravamo costruiti un modellino di Russia a nostra misura, una comfort zone oltre la quale non guardavamo, e se ci guardavamo, lo facevamo con gli occhi coloniali del "civilizzato" che osserva divertito il "buon selvaggio", come Bisio e Finocchiaro in "Benvenuti al Sud". La scampagnata a Vladimir o a Tarusa, a Rostov o a Novgorod confermava non le difficoltà di un paese dove alcuni luoghi sono abbandonati dal 1989 a causa di un mantra neoliberista che siamo stati noi a imporgli, ma l'esotismo dell'ilota ubriaco col colbacco e la vobla sotto il braccio: come tanti Hans Castorp affascinati dagli "occhi kirghisi" della bella Klavdija, non capivamo il 99% di ciò che ci circondava, ma ce la si cavava col solito luogo comune del "misterioso animo russo", stereotipo folkloristico e cripto-razzista come "i napoletani sono sempre allegri".
Guido Carpi, via Facebook