Dall'Illuminismo in poi, il progresso ha funzionato come credo laico dell'Occidente. Per secoli le nostre società sono state definite dalla convinzione che il futuro dovesse superare il presente, così come il presente superava il passato. Questa fede ottimistica non era meramente culturale o istituzionale, ma onnicomprensiva: tutto sarebbe migliorato. In questo modo di pensare, non c'era spazio per la perdita.
Oggi, questa convinzione di civiltà è profondamente minacciata. La perdita è diventata una condizione di vita pervasiva in Europa e in America. Modella l'orizzonte collettivo con più insistenza che in qualsiasi altro momento dal 1945, riversandosi nel flusso principale della vita politica, intellettuale e quotidiana. La questione non è più se la perdita possa essere evitata, ma se le società la cui immaginazione è vincolata al "meglio" e al "di più" possano imparare a sopportare il "meno" e il "peggio". Il modo in cui verrà data risposta a questa domanda plasmerà la traiettoria del XXI secolo.
La perdita più drammatica è quella ambientale. L'aumento delle temperature, gli eventi meteorologici estremi, la scomparsa degli habitat e la distruzione di intere regioni stanno erodendo le condizioni di vita sia per gli esseri umani che per i non umani. Ancora più minacciosa del danno attuale è la previsione di una futura devastazione, quella che è stata giustamente definita "lutto climatico". Inoltre, le stesse strategie di mitigazione promettono perdite: un allontanamento dallo stile di vita consumistico del XX secolo, un tempo celebrato come il segno distintivo del progresso moderno.