TOKYO FA IL SAMURAI. PECHINO CHIUDE IL RUBINETTO
Il Giappone alza la voce su Taiwan, promette di affiancare militarmente gli Stati Uniti e riscopre improvvisamente un piccolo dettaglio: per costruire automobili, missili, radar, semiconduttori e motori elettrici servono le terre rare. E molte delle chiavi del magazzino sono ancora in mano cinese.
Nei primi sei mesi del 2026 la Cina ha esportato 30.482,8 tonnellate di terre rare, il 6,4% in meno rispetto alle 32.569,3 tonnellate dello stesso periodo del 2025. Il dato generale, da solo, non dimostra un’operazione contro Tokyo. Ma i dati specifici sul Giappone raccontano qualcosa di molto meno casuale: per alcuni elementi pesanti essenziali alla produzione di magneti, come terbio e disprosio, le spedizioni cinesi sono diventate quasi inesistenti. (globaltimes.cn)
Le imprese giapponesi hanno già cominciato a segnalare nei propri documenti societari rischi per la produzione e per gli utili. Il governo di Sanae Takaichi cerca fornitori alternativi, ma il Giappone dipende ancora dalla Cina per circa il 60% delle importazioni complessive di terre rare e, per alcuni elementi pesanti, quasi totalmente. (Reuters)
Tutto questo accade dopo che Takaichi, nel novembre 2025, dichiarò che un’azione militare cinese o un blocco contro Taiwan avrebbe potuto costituire una minaccia esistenziale per il Giappone, aprendo la strada a un intervento delle Forze di autodifesa giapponesi. Pechino reagì chiedendo il ritiro delle dichiarazioni e minacciando conseguenze. (Reuters)
Il 6 gennaio 2026 la Cina ha quindi vietato l’esportazione verso utilizzatori militari giapponesi di beni a duplice uso capaci di rafforzare le capacità belliche di Tokyo. La motivazione ufficiale cinese è “contenere la rimilitarizzazione del Giappone e il suo tentativo di possedere armi nucleari”. È la posizione di Pechino, non una verità rivelata dal monte Sinai. Ma il divieto esiste e comprende potenzialmente anche diverse terre rare medie e pesanti. (un.china-mission.gov.cn)
La Cina non ha bisogno di affondare portaerei. Le basta rallentare autorizzazioni, certificazioni e spedizioni. Le terre rare sono il suo Stretto di Hormuz: non occorre chiuderlo completamente; è sufficiente far capire che il rubinetto esiste e che qualcuno può girarlo.
Il precedente del 2010 dovrebbe aver insegnato qualcosa. Durante la crisi delle isole Senkaku/Diaoyu, le consegne verso il Giappone si arrestarono di fatto, anche se Pechino negò di avere imposto un embargo ufficiale. Sedici anni e miliardi di investimenti dopo, Tokyo ha ridotto la dipendenza cinese da circa il 90% al 60%. Un successo, certamente. Peccato che quel 60% comprenda proprio alcuni dei materiali più difficili da sostituire. (Reuters)
Il Giappone sta cercando una via d’uscita a Minamitorishima, dove nel febbraio 2026 è riuscito per la prima volta a recuperare fanghi ricchi di terre rare da circa sei chilometri di profondità. Una sperimentazione su scala maggiore è prevista per febbraio 2027. Ma estrarre, separare e raffinare quei materiali in quantità industriali e a costi sostenibili è tutt’altra faccenda. (Reuters)
Nel frattempo Tokyo può continuare a fare il samurai per Washington. Solo che l’armatura, l’automobile elettrica e perfino il missile potrebbero dover aspettare una licenza firmata a Pechino.
Il messaggio cinese non è affatto velato:
potete circondarci militarmente, sanzionarci e minacciarci. Ma prima controllate chi possiede ciò che vi serve per farlo.
Don Chisciotte

2 comments

Gianluca F.
Che tristezza questi giapponesi senza alcuna Dignità che strisciano per compiacere chi gli ha sganciato addosso due bombe atomiche; del resto la Dignità non è una merce che si vende al mercato
I giapponesi devono mangiare merda, tanta merda. Mi spiace dirlo ma non c'è più tempo.