L'ipotesi girardiana si basa dunque sull'esistenza di un terzo elemento, mediatore del desiderio, che è l’Altro. È perché l’Altro — che ho preso come modello — che desidera un oggetto (concepito come una cosa che l’Altro possiede e che a me manca) che mi metto a desiderarlo anch’io, e d’altra parte l'oggetto acquista valore soltanto perché è desiderato da un Altro. Si potrebbe pensare che l'introduzione di questo terzo "vertice" nell'equazione del desiderio sia una complessità supplementare puramente teorica ed arbitraria da parte di René Girard. Tanto più che la presenza di quest'Altro comporta una rimessa in discussione totale di quest'individualismo al centro della modernità che mostra l'uomo come un'entità libera ed autonoma e che trova la sua espressione letteraria nel tipo dell'eroe romantico. (Da qui la contrapposizione tra la verità romanzesca e la menzogna romantica adombrata nel titolo originale francese).
Il soggetto desidera, ma non sa cosa. Nella sua fluttuazione d’animo, incrocerà un essere fornito di qualcosa che gli manca e che sembra dare a quest'ultimo una pienezza che egli non ha. Questa pienezza evidente, così vicina e così lontana, è ciò che propriamente lo affascina. Il desiderio non saziato del soggetto sembra porre sempre la stessa domanda al modello: «Cos’ hai tu più di me?» (per sembrare così felice, per avere una donna così graziosa, per essere preferito dalla direzione?, ecc.).
Fissare la propria ammirazione su un "modello", è già riconoscergli o concedergli un prestigio che non si possiede, ciò che equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano. Non è ovviamente una posizione delle più comode ma l'uomo che prova ammirazione e che attraverso essa invidia l'Altro, è innanzitutto qualcuno che si disprezza profondamente.
Il desiderio che ha il soggetto per l'oggetto non è nient’altro che il desiderio che egli ha del prestigio — da egli stesso assegnato — a colui che possiede l'oggetto (o che si pone a desiderare contemporaneamente a lui l'oggetto). Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima "trasfigurazione" dell'oggetto. Ad esempio, un'automobile è qualcosa di più di questa carcassa d'acciaio che permette di trasferirsi da un posto ad un altro, altrimenti qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è l’oggetto su cui proietto la mia carica libidinale, che mi permette non solo di "avere" ma anche di "essere"... uno sciupafemmine, un dirigente, un capo banda ecc.. Ma anche il vestito per una donna ha questa funzione. Non è solo il piacere di possedere un capo di vestiario, è soprattutto quello di interpretare un ruolo che stimola la donna all’acquisto. Non cosa "vuole avere", dunque, ma cosa "vuole essere". Una donna cerbiatto? Una pantera, una vamp? Una trasgressiva o una conformista? È così che spesso la donna (o l’uomo) non si "veste", ma si "traveste"....L’ oggetto posseduto fornisce dunque gli elementi di una identificazione sociale.
Come nota René Girard, il soggetto svalorizzerà sempre quest'anteriorità del modello, poiché ciò lo scoprirebbe e ne rivelerebbe la propria insufficienza, la propria inferiorità: il fatto che il proprio desiderio non è spontaneo, ma frutto d’ imitazione. In questo gioco del desiderio il modello, a sua volta, non è risparmiato, più del soggetto. Anch’egli cerca di fissare il proprio desiderio ed attende che gli si indichi qualcosa di desiderabile. È proprio ciò che già fa il soggetto del nostro triangolo il quale, da questo punto di vista, è anch’egli un Altro. Sappiamo anche che non è l’oggetto nella sua cosalità che vedrà ora il modello, ma un oggetto trasfigurato dal desiderio del soggetto, che gli dà un "valore" completamente inatteso.

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