Gli americani lo sapevano: le intercettazioni radio erano inequivocabili. Washington non lo rese mai pubblico, Mosca lo negò per quarant’anni, e l’ammissione ufficiale arrivò soltanto dopo il 1991. Quel silenzio fu la condizione tecnica che permise a due potenze nucleari di combattersi senza doversi dichiarare guerra. A Manila la discrezione ha svolto la stessa funzione.

Su questa lettura d’insieme ha insistito Jeffrey Sachs, che in un intervento del 21 luglio su Consortium News ha sostenuto che Ucraina e Iran non sono due dossier separati ma due perni della stessa scacchiera, portando a sostegno un dato di convergenza operativa raramente citato: squadre ucraine di intercettazione dei droni schierate in Giordania contro i velivoli iraniani, e sistemi anti-drone collaudati contro la Russia proposti sul mercato dei Paesi del Golfo. La stessa architettura tecnologica, gli stessi fornitori, due teatri. Le conclusioni che Sachs ne trae, centrate sul complesso militare-industriale, restano discutibili; il nesso materiale che segnala è verificabile, e smentisce chi continua a trattare Kiev e Teheran come pratiche distinte.

Perché il negoziato ucraino è morto in febbraio
I resoconti mainstream riportano una data senza commentarla. I negoziati di pace tra Russia e Ucraina mediati dagli Stati Uniti sono in stallo dallo scorso febbraio, cioè da quando Washington ha cominciato a bombardare l’Iran. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno aperto la campagna aerea contro l’Iran e ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei; il giorno successivo Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz. Da quel momento il file ucraino non si è raffreddato per stanchezza diplomatica: è stato disattivato da una scelta di priorità. (Vietato Parlare)

La deduzione è lineare e nessuno a Washington la formulerà pubblicamente. Una potenza che conduce una campagna di coercizione aerea nel Golfo non dispone contemporaneamente del capitale politico, dell’attenzione presidenziale e degli assetti ISR necessari per imporre una soluzione in Europa orientale. E una Russia che vede l’avversario impegnato in un secondo teatro non ha alcun incentivo a chiudere sul primo. Rubio lo ha confermato indirettamente a Manila, ammettendo che gli sforzi diplomatici sull’Ucraina si sono un po’ allentati negli ultimi mesi, e liquidando il quadro negoziale precedente: le proposte di Anchorage, quelle che la stampa chiamava «3+2», sono fallite perché gli ucraini non le hanno accettate, e oggi sono per loro anche meno accettabili di allora. Lavrov, dal canto suo, ha ribadito a Manila l’impegno russo agli accordi di Anchorage. Le due parti hanno passato trentacinque minuti a riaffermare fedeltà a un quadro che uno dei due ha già dichiarato defunto. È l’indicatore più affidabile dello stato dei rapporti.

Seimila marittimi, cento dollari al barile
Mentre a Manila si misuravano le parole, l’Organizzazione marittima internazionale contava le persone. Circa seimila marittimi sono bloccati a bordo di quasi cinquecento navi ferme nel Golfo Persico per il sostanziale arresto della navigazione a Hormuz; l’agenzia ONU chiede di mettere al primo posto queste persone innocenti. Il greggio ha toccato i cento dollari e i produttori del Golfo corrono a costruire infrastrutture che aggirino lo Stretto: prima della guerra vi transitavano circa quindici milioni di barili al giorno, all’incirca un quinto del petrolio scambiato nel mondo. Secondo i dati Kpler, dall’inizio del conflitto il mondo ha perso oltre 1,15 miliardi di barili di approvvigionamento; da Hormuz passava anche il 30% dei fertilizzanti azotati, e la FAO ha ripetutamente avvertito che una chiusura prolungata spinge al rialzo i prezzi delle materie prime agricole e l’inflazione alimentare.

Kiev senza governo mentre si riapre il canale

Un ultimo dato pesa su tutto il resto. Nel momento in cui Washington riapre un canale con Mosca, l’interlocutore ucraino è in pezzi. Il 12 luglio Zelensky ha annunciato un ampio rimpasto; la rimozione del ministro della Difesa Fedorov ha innescato proteste diffuse e una richiesta pubblica di cambiamenti ai vertici del comando militare. Il 21 luglio il presidente ha rimosso anche il comandante in capo Syrsky, sostituito da Drapatyi. Ne ho scritto in dettaglio pochi giorni fa in Kiev senza governo e senza negoziatore: la Rada è in pausa fino al 18 agosto, le nomine ministeriali attendono una ratifica che non può arrivare, e i manifestanti hanno fissato al 24 luglio il termine del loro ultimatum.

Rubio ha ripetuto a Manila che qualsiasi soluzione dovrà essere accettata da entrambe le parti. Nell’estate del 2026 una delle due parti non ha un ministro della Difesa confermato e ha un comandante in capo in carica da tre giorni. In queste condizioni non si firmano trattati; si consolidano posizioni sul terreno.

Che cosa è stato tenuto in funzione a Manila
I trentacinque minuti non hanno prodotto niente e non dovevano produrre niente. Hanno mantenuto operativo un canale la cui funzione attuale è impedire che due operazioni di intelligence speculari — l’una accertata dalle fonti ucraine al Financial Times, l’altra sospettata dagli analisti americani e riferita alla Reuters — si incontrino in modo esplicito. È gestione del rischio di collisione.

Le due potenze più armate del pianeta hanno impiegato mezz’ora per confermarsi il perimetro entro cui possono continuare a farsi del male attraverso interposte persone. L’oggetto della conversazione era come non uccidersi tra loro mentre le uccisioni proseguono altrove. Nessuna delle due delegazioni aveva mandato per discutere la fine di quelle uccisioni, e nessuna delle due l’ha chiesto. Questa è la condizione reale della trattativa nell’estate del 2026, e nessun comunicato congiunto l’avrebbe modificata. La durata dell’incontro corrispondeva alla sua funzione: un rapporto in cui il negoziato è stato sostituito da una gestione tacita del rischio non produce documenti da firmare.

di Patrizio Ricci

#TGP #Russia #Usa

Fonte: https://www.vietatoparlare.it/rubio-e-lavrov-a-manila-i-trentacinque-minuti-sullintelligence-che-nessuno-dei-due-puo-ammettere/

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