LA STORIA CHE SUPERA QUALSIASI HORROR: VA’ E VEDI
Oggi è impossibile sottovalutare l’importanza che il cinema e la televisione hanno avuto nel costruire determinate visioni nell’immaginario collettivo: una larga parte della popolazione si costruisce un’immagine del passato e degli avvenimenti storici sulla base dei prodotti di intrattenimento visivi di cui fruisce, spesso senza approfondire l’argomento con studi specialistici.
La nostra visione della Seconda guerra mondiale, la Guerra, e in genere degli altri conflitti della storia umana è stata pesantemente influenzata dalle centinaia di pellicole a tema che negli anni sono state proposte in televisione.
Nel nostro paese è sempre stata dominante la cinematografia americana, con i suoi eroi muscolosi, gli aerei rombanti e i krukki kattivi. Abbiamo anche visto pellicole incentrate sulle tragedie dei civili e degli oppressi, un filone che negli ultimi anni è diventato via via più popolare, ma in generale Hollywood ci ha presentato una guerra fatta di eroismo, sacrificio, retorica e spettacolarizzazione dei mezzi di morte.
Oggi invece vorremmo parlare di una pellicola sovietica uscita nelle sale nel 1985, Va’ e Vedi, girata dal regista lem Klimov.
IL FILM
La pellicola sembra un ibrido fra un documentario e un horror. L’essere stato girato esclusivamente con luce naturale rende il film sia verosimile che scuro, anche nelle scene ambientate in pieno giorno. Il punto di vista è quello del protagonista, un ragazzino di nome Flyora che lascia la famiglia per unirsi ai partigiani sovietici. Attraverso i suoi occhi assistiamo all’immersione in una fornace di orrori sempre maggiori, tanto surreali quanto drammaticamente reali.
I personaggi esprimono la reazione agli avvenimenti con primi piani che guardando direttamente in camera chiamano in causa lo spettatore, sguardi lunghi, fissi, che contribuiscono al clima di inquietudine e malessere che permane la pellicola. Il centro non è la grande battaglia, la retorica, ma l’atroce realismo dei traumi che l’esperienza bellica impone all’essere umano.
Il volto dell’attore Aleksei Kravchenko diventa la mappa che segna il passo del progredire della disperazione: da ragazzino florido e gioviale fino alla creatura smagrita, emaciata, pallida, coi capelli grigi in cui si muta alla fine del film.
Il makeup fa sembrare i volti dei personaggi, dagli occhi vitrei e coperti di sangue, usciti direttamente da un film dell’orrore.
Infatti, il registro è lo stesso del genere horror, con la macchina che insegue il protagonista, la musica angosciosa, il costante senso di pericolo imminente, gli inquietanti primi piani, le futili fughe da un male incomprensibile e contro cui non vi sono difese. Il messaggio è chiaro: la realtà creata dall’uomo è più terrificante e mostruosa di qualsiasi cosa possa partorire l’immaginazione.
La colonna sonora contribuisce con i suoi miscugli fra valzer e suoni ambientali, suoni struggenti che riflettono le emozioni e i traumi interiori dei personaggi. Dato che seguiamo Flyora, quando viene parzialmente assordato in un bombardamento anche la qualitĂ  dei suoni cambia, facendoci non solo vedere ma anche sentire quello che vede e sente lui.
Klimov nella ricerca del realismo oltre a usare solo luce naturale, veste i suoi attori con autentiche uniformi della Seconda guerra mondiale e arriva a sparare sopra le loro teste con proiettili veri (“10 cm sopra la mia testa”, dirà Kravchenko).
Alcuni tacciano la pellicola di essere propaganda sovietica, ma come è possibile vedere anche i "buoni" sono dipinti non sempre in una buona luce: i partigiani che vengono a prendere il protagonista all'inizio del film non esitano a derubare la madre del giovane, mentre quest'ultimo poco più avanti insieme a un partigiano ruberà una mucca a un collaborazionista.
Non ci sono eroi, ma soltanto sopravvissuti che tirano avanti con le proprie cicatrici.
LA STORIA

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