"La rivoluzione mondiale scatenata dalla crisi americana, che priva il mondo del suo perno ordinatore, sta destabilizzando il nostro intorno. A est, la guerra di Ucraina sembra fuori controllo. A sud, le guerre di Israele e la proliferazione di conflitti fra milizie e/o pseudo-Stati africani e mediorientali alzano onde migratorie e minacce non solo terroristiche a ridosso delle nostre coste. A ovest, l’impero americano in dismissione illanguidisce il senso della Nato, cui da quasi ottant’anni abbiamo affidato la nostra sicurezza. A nord, oltre la barriera alpina, i paesi dell’Europa settentrionale, specie scandinavi, baltici e polacchi, vivono la somma di queste crisi come anteprima della grande guerra contro la Russia, questione di vita o di morte.
Tutto questo non sembra scuotere la nostra fiducia nello Stellone.

Come se un benevolo magnetismo ci risparmiasse dall’adattarci al cambio di stagione, ai sacrifici e alla solidarietà cui ci chiama. Crediamo di poter continuare a essere quel che siamo stati mentre tutto intorno a noi non è più come prima. Recitiamo le nostre professioni di fede nella protezione atlantica, nella coesione europea, nella vocazione alla pace dell’umanità civile e nel primato del diritto internazionale, quasi fossero canoni eterni e non contingenze storiche scadute, in via di scadenza o solo immaginarie. Sicché quando si dibatte sul riarmare, invece di entrare nel merito delle scelte da fare o non fare ci si riprotegge dietro sterili polemiche ideologiche fra presunti pacifisti o bellicisti. Tutto diventa questione morale, di principio. Cioè sterile moralismo. Con esiti pratici nulli.

Ergo, mentre tutti parlano e trattano con tutti, noi, in buona compagnia europea, non parliamo nemmeno con noi stessi. Abbandonarsi alla corrente non è mai consigliabile, ma è certamente suicida quando ci si avvicina alle rapide."

Lucio Caracciolo, la Repubblica, 8 novembre 2025

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