Il nocciolo duro di un insieme di esseri umani, detto anche società quando dispone di un linguaggio proprio e un insieme comune di riti, credenze, modi di fare e di pensare, è costituito appunto dal suo linguaggio. Il suo linguaggio più abituale e più scontato, quello in cui più o meno tutti cascano e usano in maniera del tutto automatica. Più ancora che le frasi e le idee, sono le singole parole ed espressioni di comodo, le più usuali e comuni che, se messe in controluce, ci mostrano l’essenza ovvero il nocciolo duro attorno al quale ruota quell' universo sociale.
Oggi me ne balzata agli occhi una, ormai universalmente adottata: “il proprio fine vita” oppure “come gestire il proprio fine vita”. Uno squarcio ineguagliabile su come il comune sentire percepisce l’esistenza, ovvero il mistero dell’uscire dell’essere dal nulla. Ma anche la chiave di volta che ci permette di comprendere perché, quando diciamo che viviamo in universo di vita folle e insensato, diciamo qualcosa di vero.
L’idea che ci sia un “fine vita”, è l’idea che non ci sia la morte, ma ci sia un atto di volontà con il quale recidiamo un contratto di nostro interesse e adottiamo una nuova soluzione a noi più comoda e utile. Cosa ne emerge? In primo luogo, il delirio di onnipotenza e ad esso la sua relativa, ma assoluta, solitudine con cui il singolo individuo si immagina di essere un soggetto dotato di poteri illimitati, anche quello di stabilire come lasciare la casa in cui abita quando essa è divenuta troppo scomoda, ovvero di essere padrone della vita e della morte. Non un essere che misteriosamente esce dal nulla e che nulla può contro il nulla da cui è uscito, ma un soggetto onnipotente che stabilisce modi, orari, termini contrattuali con i quali dispone della sua vita e della sua morte, in quanto soggetto, ovvero consumatore dai poteri assoluti sul bene vita, come dicono i signori del marketing. L’altro aspetto essenziale che questa espressione si porta dietro, è la dimensione contrattualistica, e dunque di compra/vendita, con la quale istituisce ogni rapporto esistenziale, persino con la morte, che non è appunto la morte, ma la fine di un contratto. Se persino nel morire vediamo solo un comprare e vendere in base ad un principio di utile, come pensiamo di non essere in un mondo di matti? Come non vedere che l’infinita infelicità e disperazione di chi vive in questo mondo nasce proprio dal fatto che che ha ridotto ogni esperienza all’idea dell’utile e dell’acquistabile? (Alfredo Morosetti via Facebook)

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