MARIO DRAGHI ED IL SACCHEGGIO DELL’ITALIA
E’ attribuita a Churchill la battuta secondo la quale gli italiani sono quel popolo che quando perde una partita di calcio è come se perdesse una guerra e quando perde una guerra è come se perdesse una partita di calcio.
La vittoria dei campionati europei della nazionale ha infiammato le penne dei gazzettieri , i quali hanno visto nel recente successo calcistico l’annuncio dei futuri trionfi dell’Italia di Draghi.
Le cose, purtroppo, non stanno così. La crisi che affligge il paese viene da molto lontano e non sarà certo una vittoria ai rigori a invertire la tendenza.
Il declino dell’Italia è in corso da almeno trenta anni. Esso ha, naturalmente, molte cause (politiche, morali, culturali , religiose, ecc). La più rilevante tra esse è però quella economica.
Il sistema produttivo del paese si reggeva, fino ai primi anni novanta, principalmente su due gambe: la grande impresa pubblica e la piccola e media impresa privata.
La prima e la più decisiva, perché comprendeva i settori strategici, si era venuta formando negli anni Trenta del Novecento, quando Mussolini creò l’IRI nel tentativo far fronte agli altrimenti inevitabili fallimenti bancari ( Banca commerciale, Credito italiano e Banca di Roma). Lo stato si trovò così ad essere proprietario di una parte consistente dell’industria nazionale, di cui queste banche erano le principali azioniste. Grazie anche a dirigenti di grande valore (Beneduce e Menichella prima e, poi, con la creazione dell’ENI , Mattei) il settore pubblico fu il volano, nel dopoguerra, del boom economico, fornendo all’apparato produttivo acciaio ed energia a prezzi competitivi e costruendo una rete infrastrutturale moderna. Successivamente, nel corso degli anni settanta ed ottanta, il sistema delle imprese pubbliche entrò in crisi, per l’invadenza dei partiti politici che troppo spesso se ne servivano per accontentare i clienti.
Ciò non toglie che la svendita dell’apparato pubblico , decisa su impulso della finanza anglosassone durante una celebre riunione sul panfilo Britannia, fu qualcosa di criminale ed abbietto. Un ruolo di primo piano nel saccheggio di questo enorme patrimonio di ricchezza, costruito col lavoro di tre generazioni di italiani, lo ebbe l’allora giovane Direttore generale del Tesoro, Mario Draghi.
L’altro grande pilastro dell’economia italiana, la piccola e media impresa, si diffuse, soprattutto nel Nord Est, tra gli anni Settanta ed Ottanta, ed ebbe il momento di massimo sviluppo nel decennio successivo. Col nuovo millennio anche questo secondo pilastro cominciò a manifestare alcune crepe, dovute, lo si deve riconoscere, a delle intrinseche debolezze: piccolezza e frammentazione delle imprese, incapacità di fare lavoro di squadra, impossibilità di innovare i prodotti attraverso la ricerca. Con tutto questo, le piccole e medie imprese continuavano ad essere un settore dinamico, capace, soprattutto in alcune regioni, di assicurare occupazione e benessere.
Le politiche austeritarie, con l’impossibile tentativo di ridurre il debito pubblico attraverso l’aumento della pressione fiscale ed il taglio dei servizi, hanno cominciato a piegare questo mondo, che ormai può confidare sulle esportazioni, ma non sull’aumento della domanda interna.
Le follie dell’ultimo anno e mezzo, con i confinamenti e i coprifuochi, hanno completato l’opera. Il green pass, che all’apparenza colpisce soltanto i pazzi negazionisti come me, avrà come effetto quello di dare il colpo di grazia proprio alla piccola e media impresa. Questo, viene da pensare, è uno dei veri motivi per cui è stato introdotto . A salvarsi saranno probabilmente quelle aziende legate alla catena produttiva tedesca e un po’ di made in Italy. (continua nel post successivo)