Fino al secolo XX il medico è stato una figura curiosa. A metà strada fra lo stregone e l’uomo di scienza, era soprattutto un uomo sapienza, ossia una sorta di filosofo pratico che aveva, o si stimava avesse, una superiore conoscenza di ciò che fa vivere e morire e come questa energia primigenia fosse legata all’anima e a risorse psichiche misteriose, che solo lui divinava. Il medico dunque divinava, cioè dava responsi sul futuro, e la sua scienza-sapienza era intimamente legata alle sue mani, alla magia delle sue mani, il terminale di un superiore intuito nel cogliere il vivo e il morto, il guasto e il sano. Nessuna figura fra quelle che operano nel sociale, ingegnere autista architetto muratore mercante direttore di qualcosa, era più temuta e circondata da un riverente rispetto. Nessuno era più padrone di un sapere privato e personale, al punto che il responso dell’uno spesso si riteneva necessario confermare col responso di un altro e la cura dell’uno sostituita con la cura prescritta da un altro. Poi c’è stata la rivoluzione tecnologica e il medico è diventato un travet di regime. Un ridicolo pubblico impiegato che prende ordini dal ministero e sfila in divisa al passo dell’oca. Come gli insegnanti, come i vigili comunali. Un comico involontario. (Alfredo Morosetti, facebook)
Correttissimo. Un mediocre impiegato pubblico, incapace di una diagnosi, senza un minimo di autonomia, una specie di Fantozzi in camice bianco.
Tutte le volte che penso ai medici mi viene in mente l'impiegato di banca che mi vuole rifilare un "prodotto" o un commesso che mi vuole vendete la giacca di cinque anni fa.
Tutte le volte che penso ai medici mi viene in mente l'impiegato di banca che mi vuole rifilare un "prodotto" o un commesso che mi vuole vendete la giacca di cinque anni fa.