SULLA MORTE DI BENEDETTO XVI
In questi nove anni dal «gran rifiuto» del 2013 ci si era abituati all’idea assurda di «due papi» conviventi dentro le mura vaticane come a una stravaganza in fondo accettabile o perfino rassicurante (l’argentino vigoroso e rude, il tedesco in pensione, raffinato teologo). Ma solleviamolo, il velo ipnotico dell’abitudine: perché Joseph Ratzinger non ha mai rinunciato alle insegne papali - l’abito bianco, e soprattutto il nome, Benedetto XVI, con cui continuava a firmare la corrispondenza e i propri (pochi) interventi pubblici -, e soprattutto perché è rimasto in Vaticano ? per allontanarsi dalla «tana del lupo», dai molti e troppi cardinali di curia che gli erano ostili, poteva trasferirsi «in più spirabil aere» (anche solo a Castel Gandolfo, o nella sua Baviera).
La risposta più diretta è che, rimanendo ostinatamente in Vaticano, Benedetto ha dimostrato di non accettare fino in fondo la propria stessa «rinuncia». O meglio: di non considerarla valida, malgrado le apparenze. Rinunciando solo formalmente alla dignità petrina, Benedetto XVI è rimasto in Vaticano allo scopo di garantire la presenza di un papa legittimo presso la tomba di Pietro. Formalmente escluso dall’esercizio attivo del ministero petrino, riteneva di esserne ancora il legittimo depositario (il depositario del munus, che è l’essenza del pontificato), e di poter guidare ancora – come in una versione cattolico-romana del wu-wei taoista, dell’«agire non-agendo» - la navicella della Chiesa sul mare agitato del secolo XXI. Tutto si riporta insomma all’enigma insoluto delle sue dimissioni: evidentemente sollecitate, con mezzi che tuttora ignoriamo nel dettaglio e su cui si possono formulare ipotesi, e «recitate» secondo un copione rigoroso, ma che Ratzinger riteneva, lui stesso, invalide, perché richieste da forze esterne a cui opponeva una formidabile riserva mentale. (E’ assai probabile che un eventuale rifiuto di dimettersi avrebbe provocato uno sconquasso, travolgendo la sua persona e la Chiesa stessa; e che la decisione di dimettersi sia stata «libera» nel senso che avrebbe anche potuto non dimettersi, ma che, dimettendosi, risparmiava alla Chiesa la tempesta forse definitiva).
Forte di questa convinzione e di questa certezza, Benedetto è rimasto a «presidiare» per nove anni la sede papale, a testimoniare fino all’ultimo la presenza dello Spirito nel luogo dove già l’ondivago Paolo VI aveva percepito presenze anti-spirituali a dire poco sgradevoli (il «fumo di Satana nel tempio di Dio», nella famosa omelia del 29 giugno 1972), e tali da mettere in pericolo, se fossero prevalse, la stessa sopravvivenza della «divina istituzione».
Non è questione, qui, dei suoi limiti e dei suoi errori: avere «riabilitato» un gesuita futurista come il padre de Chardin – maestro del farneticante Antonio Spadaro - non fu un gesto illuminato, come altri su cui si sorvola. Perché l’efficacia del suo «presidio» stava nella sua fedeltà rocciosa alla tradizione cattolico-romana, compresa la vecchia liturgia, spazzata via dal Vaticano II.
Se le cose stanno così, questo inizio d’anno «senza Benedetto» lascia ammutoliti. Perché il suo lungo presidio sembra finito, la sentinella non c’è più, a sorvegliare in silenzio le mura vaticane. Sembra realizzarsi la profezia fantateologica di Guido Morselli: quella di una Roma «senza papa», perché il papa c’è, è innegabile, eletto da un conclave formalmente regolare, ma non sarebbe più il legittimo depositario del munus petrinum.
E’ probabile che Benedetto XVI abbia riflettuto a lungo sulle famose righe della Seconda Lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo evoca la figura misteriosa del Katéchon, la potenza che «trattiene» l’avvento dell’Anticristo e perciò la fine dei tempi. Che il papa tedesco si attribuisse un ruolo «katechontico», quello di un presidio «frenante», anche dopo le misteriose dimissioni, è più che lecito pensarlo. (1/2)