Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991, si formarono nuovi Stati sulla base delle divisioni regionali dell'URSS. Tuttavia la Transnistria, che dopo la seconda guerra mondiale venne annessa dall'amministrazione sovietica alla Moldavia, si dichiarò indipendente cinque giorni dopo l'indipendenza di quest'ultima. I moldavi s'ispiravano al modello statunitense, gli abitanti della Transnistria a quello di Mikhail Gorbaciov: costruire una nazione al tempo stesso democratica e (...)

via Rete Voltaire https://ift.tt/oZMcylG

1 comment

«Nell'autunno del 2003 Mosca propose quindi alla Moldavia il cosiddetto
"memorandum Kozak", dal nome di Dmitrij Kozak, stretto collaboratore di Putin. L'intesa prevedeva che la piccola repubblica postsovietica si trasformasse in uno stato federale e che il russo fosse elevato a seconda lingua ufficiale. Grazie a questa revisione costituzionale, le aree separatiste del Paese avrebbero accettato di riconoscere l'autoritĂ  del governo centrale.
Sarebbe stato così risolto l'annoso conflitto tra il governo moldavo e la Trasnistria, regione di lingua russa che nel 1990 proclamò l'indipendenza.
Si trattò di un successo importante per il presidente russo, che aveva contribuito personalmente all'elaborazione del memorandum e di una vittoria per la Russia, la cui mediazione era risultata decisiva per un accordo tra le parti. Il 24 novembre de 2003, Putin avrebbe dovuto recarsi a Chisinau per presenziare alla firma del piano di pace. Nel cuore della notte, però, ricevette la telefonata del presidente moldavo Vladimir Voronin che gli disse di non poter sottoscrivere l'accordo proposto dal Cremlino perché si era verificato un imprevisto.
Per l'Occidente il varo del piano di pace russo avrebbe sancito il ritorno di Mosca come attore politico fondamentale nello spazio postsovietico; il prestigio del Cremlino si sarebbe molto accresciuto e la Moldavia sarebbe con ogni probabilitĂ  rientrata nell'orbita russa. Stati Uniti e Unione Europea intervennero quindi per far saltare l'accordo. Il 23 novembre il presidente moldavo ricevette due telefonate a breve distanza l'una dall'altra. La prima era di Javier Solana, alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue, la seconda del segretario di Stato americano, Colin Powell. A Voronin fu detto che l'accettazione della proposta russa avrebbe inasprito i rapporti con Washington e Bruxelles, pregiudicando l'erogazione di investimenti e le prospettive di integrazione del Paese nell'Unione Europea.
Il presidente moldavo aveva quindi i suoi motivi per rinnegare l'accordo, ma l'aver ceduto alle pressioni occidentali ha significato la sua fine politica.
Dopo aver pregiudicato i suoi rapporti con Mosca Voronin si è dimostrato troppo tiepido nella scelta filoccidentale per essere considerato un alleato affidabile da Usa e Ue, essendo oltretutto anche segretario del Partito comunista moldavo. Washington e Bruxelles lo scaricarono e si misero alla ricerca di un sostituto.

Putin apprese che furono gli americani a boicottare l'accordo e si rese conto che Washington era pronta a tutto pur di prevenire i piani di rinascita russi. La Moldavia non era certamente al centro delle priorità degli Usa, né di quelle europee. Agli occidentali non interessava granché il territorio moldavo, né le sue scarse risorse economiche. La Casa Bianca voleva semplicemente portare il Paese nella sua sfera di influenza per farlo successivamente aderire alla Nato. Per raggiungere questo obiettivo, gli Usa erano disposti a tutto, perfino a mettere a repentaglio i rapporti con il Cremlino.
Non ne uscì ridimensionata solo la politica russa nei confronti della Moldavia, ma anche e soprattutto i presupposti su cui Putin aveva impostato le relazioni con l'Occidente. Il Cremlino si rese conto che anche se avesse appoggiato la politica estera degli Usa Washington non sarebbe mai stata conciliante nello spazio postsovietico. Gli Stati Uniti non avevano quindi alcuna intenzione di rinunciare a imporre la loro egemonia, anche in questa area. Il Cremlino, preso atto di ciò, dovette reimpostare la propria politica estera.»

A. Puskov, “Da Gorbachev a Putin”. Sandro Teti editore