IL SAPERE CRITICO E QUELLO TECNICO
Cosa è la tecnica? Per i Greci era qualcosa estremamente chiaro: i movimenti della mano e del braccio di uno scalpellino mentre lavorava una pietra. Tecne deriva dal verbo onomatopeico “tektek” che riproduce il suono del martello o dello scalpello sulla pietra. Quale era la caratteristica fondamentale del sapere tecnico? Che si trattava di operazioni ripetute in maniera pressoché automatica e applicate senza più ragionarci sopra nel momento in cui, apprese a memoria, permettevano di realizzare un oggetto o un fine desiderato. Azioni automatiche che ci consentono, senza più pensarci sopra, di arrivare allo scopo prefissato. Buona parte delle nostre azioni sono di carattere tecnico. Non solo quelle fisiche, come ad esempio la ginnastica o avvitare una lampadina, ma anche la più parte di quelle mentali. Una volta che ho appreso la via per risolvere un problema geometrico o fare un calcolo, applico automaticamente il procedimento senza più pensarci tutte le volte che si presenta un caso analogo. Lo stesso possiamo dire per quasi tutte le procedure giuridiche, le forme di buona creanza, la disciplina militare e quella scolastica, soprattutto intesa come metodo di apprendimento. Buona parte delle merci che vengono spacciate come artistiche, in campo musicale, figurativo, narrativo, sono l’applicazione di soluzioni tecniche risultate adeguate a conseguire lo scopo e dunque la pura e semplice ripetizione di una procedura prefissata secondo un canone che ne garantisce l’apprezzamento.
Eppure già i Greci avevano ben chiaro che anche nelle tecniche più consolidate poteva accadere qualcosa di non preventivato. Ad esempio un buon vasaio poteva realizzare un ottimo vaso, di qualità eccellente nel resistere al calore del fuoco e piacevole nella sua forma, anzi attraente per i disegni che lo decoravano, ma non diverso da un’infinità di altri, magari di qualità semplicemente più scadente. Eppure poteva accadere che un altro vasaio presentasse un lavoro fuori dall’ordinario, qualcosa che non poteva essere insegnato e riprodotto, poteva accadere che un suo vaso comunicasse una forza e una bellezza misteriosa, nel modo in cui erano composti e colori e nel modo in cui la scena classica era disegnata e dipinta. L’espressione insomma con cui Achille e Ulisse giocavano a dadi era capace di suscitare un’emozione che gli altri vasi non potevano dare. Certo, una volta realizzato, quel disegno era tecnicamente riproducibile all’infinito, ma poi quello stesso vasaio realizzava un altro vaso con un disegno diverso, ma altrettanto sorprendente ed unico. Dunque si trattava di arte e l’arte che altro era se non il fatto che il vasaio trasferiva qualcosa della sua personalissima sensibilità nella creta? Era questo tratto unico, di ordine del tutto spirituale, che faceva del suo vaso qualcosa che gli dava un valore totalmente diverso dalla sua utilità e completamente legato all’enigma che catturava l’attenzione mentale dell’osservatore, e che lo costringeva a riconoscere che il vaso aveva un valore in sé, per il semplice fatto di esistere, e non semplicemente perché era comodo e utile nel conservare liquidi e cuocere alimenti. (1/3)

2 comments

Raphaël
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L'arte è la sintesi di tecnica e bellezza.