Il capitolo delle auto elettricheNegli ultimi tempi,
ho notato che su internet circolano sempre più video che mostrano le problematiche e i difetti delle auto elettriche, come se fossero dei motivi di scherno o di disprezzo. Questo atteggiamento mi lascia perplessa, perché non capisco quale sia lo scopo di questi video.
L’obiettivo delle auto elettriche è quello di essere un mezzo di transizione verso un futuro in cui la mobilità individuale sarà ridotta al minimo e le persone dovranno rinunciare alla proprietà di un’auto. Questo futuro, però, non riguarderà tutti allo stesso modo: ci saranno dei privilegiati che potranno continuare a guidare le loro auto a combustione, mentre la maggior parte della popolazione dovrà adeguarsi a nuove forme di trasporto collettivo o condiviso.
Questo è il piano che è stato concepito da tempo da alcune élite globali, che hanno finanziato e sperimentato questo progetto in vari paesi del mondo,
come ho documentato nel mio libro “Welcome to 1984” scritto con Franco Fracassi.
Questa visione del futuro ci è stata propinata in diverse occasioni, sia da politici che da "esperti", che
ci vogliono far credere che dovremo essere felici anche senza possedere beni materiali e che, se non lo saremo, useranno dei mezzi psicologici per manipolare la nostra percezione della realtà. Questa è la cosiddetta guerra cognitiva, di cui ho parlato nel mio libro “NEXT”. Ci hanno anche fatto credere che sarebbe insostenibile per il pianeta avere più di mezzo milione di auto nel mondo, ignorando il fatto che esistono altre soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dei trasporti.
C’è molta confusione su questi concetti e mi sembra che molti non riescano a capire bene cosa ci stia succedendo. Quello che invece
trovo molto interessante è capire quali siano le ragioni che hanno spinto interi settori industriali, come quello automobilistico, a investire in questa direzione, nonostante il rischio di perdere una parte consistente del loro mercato. Come ho sempre sostenuto, il mercato non è determinato solo da quello che i produttori offrono, ma anche da quello che i consumatori vogliono. Se le persone non vedono la convenienza di comprare un’auto elettrica, non lo faranno.
https://t.me/carmen_tortora1
Almeno per la mia esperienza, le grandi aziende sono oramai dei baracconi enormi, mostri di burocrazia e certificazioni quasi del tutto scorrelate dalla realtà come le grandi istituzioni politiche. Non si persegue un prodotto di valore, possibilmente etico e che magari ripagherà a medio/lungo termine, quanto piuttosto si cerca di far quadrare i numeri che servono (con tutti i trucchi leciti o meno leciti del caso) da mostrare a investitori e stakeholders vari
"...neoliberismo come paradigma di facciata per un socialismo dilagante ....". Parrebbe invece il contrario: il neoliberismo che usa concetti del socialismo come strumento per creare consenso, anche se il neoliberismo non usa mai la parola socialismo. Sono piuttosto alcuni intellettuali che ne intravedono tracce superficiali, meglio apparenti, e ne fanno uso a sproposito. Mi verrebbe da chiedere dove abbiano studiato, su quali testi abbiano studiato la filosofia, le tensioni umane, sottese al concetto di socialismo. Basta vedere Novecento per avere una approssimazione del concetto di socialismo, di umanità, di solidarietà, di dignità, ma certo non vi si trova traccia di alcuna forma di liberismo, neoliberismo, turbo capitalismo, et similia.
È opportuno ricordare come il grande Nicola Abbagnano aveva sintetizzato le 2 correnti di pensiero che hanno innervato il 1800 ed il 1900: una volta al potere sulla bandiera comunista sarà scritto "da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni", mentre sulla bandiera socialista sarà scritto "da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi meriti" (1).
Di certo è nel liberismo di stampo anglofono che si realizzano i totalitarismi, anche se più spesso sono partorite dittature. Ma questa non è più filosofia o dottrina politica, questa è Storia, ed anche cronaca.
(1)si nota qui l'influenza del pensiero cattolico di base che ritroviamo in Adriano Olivetti (il dirigente non deve, non può, guadagnare più di 10 volte l'operaio, riconoscimento del merito). Quella Olivetti che ha inventato il computer ed ha insegnato agli americani (vedi IBM) come farlo.
2. "...siamo .... in un mercato manipolato", vero, come ha affermato Stieglitz (ha preso il Nobel su questo)
3. "C'è una centralizzazione e una regolamentazione crescente", giusto. Ma questo, alla luce del substrato della "neo-ignorantità" di cui il WEF è promulgatore, non ha nulla a che vedere con ideologie che presuppongono il benessere di tutti (comunismo, socialismo, anarchia), e non il "Potere per soverchiare" (molla vera dello pseudo liberismo in cui stiamo affogando negli ultimi 40anni)
4. "banca centrale e imposta progressiva del reddito sono i principi cardine della teoria economica di Marx" ?!?! L'imposta progressiva non ha nulla a che vedere con la teoria marxiana. Che significato avrebbe una progressione con redditi egualitari?
La banca centrale (preesistente all'analisi del Capitale) di cui ha accennato Marx è pubblica, non privata, non genera guadagni per privati (Rockefeller), ma è governata dallo Stato per regolare gli scambi tra cittadini e tra stati. Ma, ricordo a me stesso perché questo le è noto, che il filosofo si occupa di denaro, l'economista di moneta. Quindi il punto di vista di Marx è filosofico; è un errore considerarlo una soluzione tecnica. Le soluzioni vanno studiate caso per caso, Stato per Stato, tenendo sempre presente il principio guida; come storicamente è avvenuto. Se vogliamo affrontare il problema della moneta e del cosidetto "debito pubblico" oggi, dobbiamo inevitabilmente guardare alla "Moneta Positiva" ed al controllo degli accentramenti economici. E qui il discorso con i riferimenti storici si fa lungo, ed ho approfittato già tanto della vostra attenzione. Grazie.
https://www.corriere.it/lodicoalcorriere/index/22-07-2020/marx-engels-l-imposta-progressiva_4cea3aaa-cc30-11ea-81b7-8c245267730d.shtml.
Per amor di precisione tocca ricordare, come diceva il grande Dario Fo, che la progressività dell'imposta era già praticata nel Medio Evo da alcuni (pochi) nobili illuminati. All'epoca era applicata anche qualcosa che ricorda le detrazioni fiscali attuali, ovvero le famiglie particolarmente numerose, conservavano più cibo, in cambio di "servizi" che i figli (all'età giusta) avrebbero fornito al nobile di turno (cucine, stalle, ecc). Le cosiddette tasse, all'epoca, non potevano essere troppo alte (come oggi), altrimenti i servi della gleba avrebbero preso gli esattori "a secchiate di merda" (cit. Giorgio Gaber). Della serie: i servi della gleba avevano più dignità dei nostri contemporanei (gli zombi cellularizzati).
PS: per chiarezza, tocca ricordare che l'imposta "progressiva" ipotizzata da Marx era più aggressiva di quella attuale; quella attuale prevede la conservazione dell'alta borghesia, mentre quella ipotizzata da Marx era "mortale" per l'alto borghese; al fine di realizzare la proletarizzazione della società, la borghesia doveva scomparire.