Vivi in città, respirando smog e caos. Ogni giorno sei trascinato da un ritmo di vita che di umano ha ben poco. Intorno a te, competizione, rabbia e frustrazione. Dormi male, mangi peggio, ma ti senti “integrato”, perfettamente inserito nel grande scacchiere del consumismo. Hai l’auto, il cellulare, il computer, Netflix e il calcio in TV: i nuovi idoli della modernità. Passi metà della tua vita fuori casa, e quando non lavori sei bloccato nel traffico o in un centro commerciale, mentre corpo e mente vengono spremuti come limoni. Ti rifugi nel cibo spazzatura, nel fumo o in qualche bicchiere di troppo, chiamandoli coccole o momenti di evasione. Ma, in verità, sono anestetici: piccole dosi di oblio che consumano lentamente dall’interno. Nel frattempo, temi la morte, quella che ti viene venduta dai notiziari, dai talk show, dai titoli allarmistici, senza accorgerti che stai già morendo, giorno dopo giorno, dentro il sistema che ti ha convinto di essere “libero”. È lo stesso meccanismo che ti incatena e ti fa ringraziare le catene, chiamandole “progresso”. Sei talmente convinto che questa sia l’unica strada possibile, che trasgredire diventa la tua unica valvola di sfogo. E così, mentre infrangi qualche regola, una notte di eccessi, una parola fuori posto, un piccolo atto di ribellione, ti illudi di essere diverso, di incarnare lo spirito dell’anti-conformista. Ma non lo sei. Perché, appena la tempesta passa, torni al tuo posto. Continui a pagare, a produrre, a rispettare i tempi e le scadenze. Rimani ben trincerato dentro le tue abitudini, quelle che ti fanno sentire al sicuro. Quelle che ti tengono addormentato. E poi, il paradosso: se scegli di uscire dal gioco, di vivere in un bosco, di nutrirti con ciò che coltivi, di respirare silenzio e libertà, allora diventi un sospetto. Se non hai la TV, se non insegni ai tuoi figli il linguaggio del consumo, lo Stato ti guarda con diffidenza. Ti giudica inadeguato, “asociale”, “pericoloso”. E così, la società che ti spreme quando sei dentro, ti punisce se provi a uscirne.